Ricordi di 70 anni fa – Il “fronte” al Borghetto di Sergio Casi

Caro Mattia,

Ho 79 anni , abito a Livorno da 40 anni ma amo molto la Val di Chiana da cui proveniamo sia io che mia moglie. Fino ad una diecina di anni fa avevamo anche una casa a Tegoleto ereditata da un nonno che aveva anche proprietà al Borghetto ove io stesso ho vissuto dal 1944 al 1948 A titolo di curiosità aggiungo che quel grande albero di noce che vedi sull’orto di mia cugina Anita fu piantato da mio padre nel gennaio 1944 quando, anche per scappare dai bombardamenti iniziati su Arezzo, ci trasferimmo al Borghetto. Per questo mi piace cercare su internet tutto quanto riguarda Tegoleto, Alberoro e la Valdichiana in genere, capitando così sul sito “Festa val Borghetto”, festa a cui qualche volta ho preso parte in occasione delle mie ricorrenti ma ora sempre più rare visite ai luoghi nativi. Per la prossima festa mi hai detto che vorrete ricordare i 70 anni dal passaggio del fronte, intervistando sull’argomento i non molti ancora in vita. Come promesso ti trascrivo qui di seguito quello che ho scritto al riguardo una ventina di anni fa: non sono proprio fatti specifici accaduti al Borghetto ma penso riescano a ricostruire l’”atmosfera” di quel tempo in modo non retorico: Del resto fatti eclatanti ( come l’eccidio di Civitella) al Borghetto non successero. Il più triste che ricordo è la morte di tre ragazzi al Poggio di Alberoro per l’esplosione di proiettili che gli stessi cercavano di smontare per recuperare il rame!

La guerra

I miei primi ricordi coincidono con l’inizio della seconda guerra mondiale che, per la verità, non coinvolse direttamente – per motivi di età – i miei parenti stretti Il babbo, classe 1905, la scampò per il rotto della cuffia; proprio nel giorno della trebbiatura del grano, in Via delle Conserve, il postino recapitò la temuta “cartolina rosa” di “richiamo alle armi” facendomi piangere disperatamente nell’aia. La partenza effettiva poi non avvenne per i reparti di “sussistenza” ai quali mio padre era stato assegnato (qualche suo coetaneo più sfortunato come “il Mosca di Marcassino” si fece vari anni tra guerra e prigionia in Sudafrica!). Francesco , il padre Irma, era del 1904 e non corse rischi di richiamo. I cibi erano razionati : per molti prodotti primari (tra cui pane, pasta, carne ecc.) ogni famiglia riceveva una tessera con vari bollini da utilizzare consegnandoli al commerciante al momento dell’acquisto della merce che, ovviamente, bisognava anche pagare; la razione massima giornaliera consentita per il pane era di 170 grammi. Per i contadini c’era quest’altra regola: al momento della trebbiatura, controllata dalle Guardie, potevano trattenersi due quintali di grano per ogni membro della famiglia conferendo il restante raccolto all’ ”ammasso”, al prezzo stabilito dalle Autorità. Altri controlli burocratici, per combattere il “mercato nero” c’erano presso i “mulini” dove non si poteva macinare grano in quantità maggiore di quella stabilita . I “pigionali”, soprattutto quelli di città, dovevano “stringere la cinghia” e non potevano certo scegliersi il tipo di pane desiderato: quello che trovavano nei negozi era spesso “nero” (perché fatto anche con la crusca) o giallo, in quanto con aggiunta di farina di granoturco. I contadini se la cavavano molto meglio! Al momento della trebbiatura non mancavano trucchi per far scomparire un po’ di grano: ad esempio io venivo incaricato dal babbo di far straboccare per terra, simulando un gioco, il sacco o il “bigone” dove si raccoglieva il grano che usciva dalle bocchette della trebbiatrice. Il grano traboccato si mescolava con la “pula” e “pagliolo” che ricopriva tutta l’aia per essere poi raccolto e vagliato il giorno dopo. Altre scappatoie esistevano per macinare di più ai molini e qualcuno aveva anche inventato una molatura casalinga a mano; infine per ottenere più pane con meno farina c’era chi aggiungeva all’impasto patate lessate e schiacciate. Un particolare curioso: sia io che Irma ricordiamo di aver scambiato un po’ pane bianco con vicini “pigionali” che avevano pane di granturco, dal sapore gradito di biscotto! Al governo c’era Mussolini e il fascismo mentre il Re non comandava niente. I genitori e parenti nostri però non erano fascisti. Mio padre si dichiarava socialista, suo fratello Angelo aveva una “falce e martello” tatuata su un braccio e Checco, ubbidiva solo alla Chiesa e a padre Valerio, il fratello frate francescano. La scuola indottrinava i ragazzi che in prima e seconda elementare erano classificati “figli della Lupa”, senza obblighi particolari. In terza elementare però diventavano “balilla” e dovevano partecipare, in divisa nera con fascio e gagliardetto, a periodiche sfilate. Case e palazzi lungo le strade mostravano una varietà impressionante di slogan inneggianti alla patria, al Duce , al fascismo, alla guerra, tutti scritti a regola d’arte su apposito intonaco e quindi verosimilmente imposti o finanziati dal PNF (partito Nazionale Fascista). Il 25 Luglio 1943 Mussolini fu estromesso dal Governo. La gente era felice e si precipitò ad abbattere o danneggiare fasci littori e altri simboli fascisti, a cancellare o sporcare slogan. Anch’io volli partecipare e gettai nel gabinetto (una “latrina” senza acqua corrente in cima alla scala nella casa di Via delle Conserve) ogni documento trovato in casa tra i quali la pagella attestante la mia promozione alla terza elementare! L’8 settembre 1943 il nuovo governo Badoglio annunciò l’armistizio. La gente credette che la guerra fosse finita, l’esercito andò allo sbando, i soldati cercavano di tornare a casa ( ne ricordo uno che offriva il fucile in cambio di abiti civili). Invece la guerra continuò, i tedeschi occuparono l’Italia: ad Arezzo iniziarono i bombardamenti degli Alleati ( il primo, di notte, con l’uso di “bengala”, fu osservato da tutta la mia famiglia che, insieme ai vicini, era uscita su una collinetta nei pressi di casa alle “Conserve”). Ad Arezzo le scuole nell’ottobre del 1943 non furono riaperte. Nel gennaio, come sopra accennato ci trasferimmo al Borghetto e così potei frequentare per qualche mese la terza elementare ad Alberoro. Intanto nella primavera ’44 il “fronte” si avvicinava e la casa del Borghetto, adiacente ad una strada , fu occupata dai tedeschi. Per motivi di sicurezza si andava a dormire come “sfollati” nella casa della “Zi Sesa” al “Poggio di là” dove io rimanevo anche di giorno giocando con i cugini Carlo, Anita e la piccola Silvana Il “Poggio di la” è sempre nel territorio di Alberoro ma abbastanza vicino a Tegoleto. Il 29/6/44 ci fu un terribile fatto di sangue a Civitella della Chiana: alcuni “partigiani” avevano teso un’imboscata e ucciso dei soldati tedeschi. Per rappresaglia in quel giorno, festa dei Santi Pietro e Paolo, furono uccisi oltre 200 uomini, molti dei quali catturati all’uscita di una messa che il parroco aveva cercato invano di prolungare. Il fumo che saliva dalle case di Civitella incendiate fu osservato da me, che era al “Poggio”, e certamente anche da Irma distante solo qualche chilometro. Nel luglio la Valdichiana fu liberata. I tedeschi resistettero una quindicina di giorni ad Arezzo e sul monte Lignano per cui le loro cannonate fischiavano intorno alla casa del Borghetto ove anche io era rientrato. Poi il “fronte” si spostò verso Firenze, per la Valdichiana la guerra era veramente finita e nell’ottobre ‘44 riaprirono le scuole in locale di fortuna in quanto l’edificio scolastico di Alberoro non era ancora disponibile. Buona parte delle lezioni si svolgeva all’aperto perché c’era una sola aula per cinque classi che la usavano a turno (per l’esattezza l’aula vera era quella dell’asilo parrocchiale e quella all’aperto era spesso un’aia, vicino al “pagliaio” che riparava la classe dal vento). Il mio maestro abitava a Montagnano e al termine delle lezioni faceva la strada di ritorno con me; portava sempre qualche pacchetto con cibarie varie, gradito omaggio di scolari figli di contadini. A nove anni vivevo in mezzo a bombardamenti e cannonate, camion militari, campi di munizioni e di benzina; giocavo anche con polveri da sparo abbandonate e con “bossoli” o addirittura cartucce 1cariche che si trovavano qua e la. Assaggiai cioccolata per la prima volta e con i miei compagni di gioco raccoglievamo “cicche” per dare a qualche adulto il tabacco ricavato (con le “cartine”, ci rifaceva sigarette) in cambio di qualche soldo per il gelato. I miei genitori, come già facevano ad Arezzo, tenevano una mucca e la mamma faceva la “lattaia”. Al “Borghetto” c’era anche chi veniva a comprare latte saltuariamente a casa nostra. Ero autorizzato a venderlo e a riscuoterlo: i soldini li mettevo in un cassetto in cucina, dove anche attingevo per comprare le palline o il gelato (quando passava il gelataio che con apposita trombetta annunciava l’arrivo del suo bel triciclo colorato!)

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DEDICATUM n. 10 di Emilio Pizzoferrato

DEDICATUM N 10 il 12.08.2013 Oggi ho rivisto a Foggia un UNA GIORNATA CON UN MIRACOLATO (?) Oggi ho rivisto a Foggia un compagno di scuole medie, un fedele e “deciso” terzino della mia squadra di calcio (ama ancora chiamarmi “il mio capitano”) ed Ex del Rivaio. Lo scorso febbraio Antonio Patruno da Canosa si era “scomodato” percorrendo ben 700 km in più per riabbracciarmi e rivivere nel raccontare, dopo 50 anni da quel suo addio al Rivaio dove aveva vissuto negli anni ’60 ed aveva bene appreso e studiato per oltre quattro anni. Sono andato a fargli una visita promessagli dopo quel funesto ma comunque fortunato 3 luglio scorso, giorno che ha potuto terminare a sera steso tranquillamente sul suo letto forse grazie ad un MIRACOLO ! Mi racconta che quel giorno, lui rispettoso della segnaletica (da buon poliziotto!) sostava lungo una strada a senso alternato , per lavori in corso, con la sua auto privata in coda di una fila di automezzi. Un distratto (?) un assente (?) autista gli piomba addosso speronandolo e scaraventandolo sulla opposta corsia dove sopraggiungendo un camion greco lo urta violentemente facendolo ruotare di 180 gradi e….patapumfete…scoppio di Air Bags e tutto ciò che si può immaginare…e…conseguenze ? Non dico illeso sarebbe troppo ma…vivo ! Forse alcune postume conseguenze le sta vivendo ora ma Antonio mi confida che : ” diciamo la Madonna delle Grazie del Rivaio, diciamo la Madonna Incoronata di Foggia…diciamo Padre Pio ? ” (e dalla sua finestra col dito mi indica lassu’ San Giovanni Rotondo sul Gargano dove fra poco saliremo con le rispettive consorti ) ma Lui si sente miracolato ! E…come non concordare? Dal Rivaio in poi lui racconta che si sente un “PROTETTO” nella vita, seppure nelle difficoltà e nelle sofferenze che strada facendo a volte, non volute, ti si affiancano in “malacomagnia”. Come se partissimo per una passeggiata, come allora al Rivaio per il torrente o per la pineta o per Vitiano o per La Nave, partiamo ma non a piedi. Una messa in moto e…..fuori Foggia infiliamo un Cardo che dritto come fuso incrociando spesso un Decumano e puntando a Nord ci porta verso quel “sassoso monte” tra cave di roccia color ossido-ocra, campi di grano duro falciati, branchi ora di chianine ora di pecore tosate e di cavalli liberi con la criniera al vento ! Tra cardi spontanei di color azzurro, ulivi pregni di pendule olive prossime alla maturazione, mandorli prossimi a far cadere i loro frutti sgusciati, lasciato l’infinito Cardo, ci inerpichiamo tra stretti tornanti e canti di cicale. in un battibaleno eccoci di fronte a quella monumentale nuova chiesa del Piana, tra mosaici tessero-vermicolati che raccontano la vita del “fraticello con le stimante” ed ampi corridoi discendenti a spirale giungiamo al secondo piano sotterraneo dove riposano e si mostrano le spoglie del Santo Pio. L’emozione del viso a viso con Padre Pio (11 anni dopo la mia prima visita) non ha voce ne’ parole da riferire….in silenzio li’ davanti al Santo ed unico mio atto solo raccomandare tutti voi, cari amici lettori, a Lui . Un po’ di ristoro e via poi sul Monte San Michele, e… giù dopo decine e decine di scalini, ci troviamo in quella grotta grigio-scura come la pirite e piena di fedeli che seguono il sermone di un celebrante . Nel risalire lentamente le decine di gradini e dopo una giornate impegnativa anche per il
miglior maratoneta, il “miracolato” Antonio mi racconta un aneddoto accaduto ad un altro ex del Rivaio nostro coetaneo ed alto ufficiale di Polizia. In occasione di una visita di Papa Giovanni Paolo II, sua Santità volle rimanere solo nella grotta in preghiera ma la Polizia di Stato doveva proteggerlo (era il tempo del dopo attentato di Piazza San Pietro e discretamente controllava da lontano) al termine Sua Santità stanco e malfermo chiede un braccio di appoggio per ripercorrere all’in su’ le decine e decine di gradini e a chi lo chiede e chi lo aiuta ??? Nunzio Di Giulio, Ufficiale di Polizia ed ex del Rivaio !!! ( …e sia…!!! Dopo la storia dell’ex del Rivaio anni ’30 Edoardo Succhielli partigiano , ben ci sta’ anche Nunzio Di Giulio poliziotto ed al Rivaio negli anni ’60!). Il sole rosso fuoco sta per tramontare ad ovest ed io lieto e felice riprendo la strada verso nord per tornare a casa !!!
DEDICATUM N 10 il 12.08.2013 Oggi ho rivisto a Foggia  un UNA GIORNATA CON UN MIRACOLATO (?) Oggi ho rivisto a Foggia un compagno di scuole medie, un fedele e "deciso"  terzino della mia squadra di calcio (ama ancora chiamarmi "il mio capitano")   ed Ex del Rivaio. Lo scorso febbraio Antonio Patruno da Canosa si era "scomodato" percorrendo ben 700 km in più per riabbracciarmi e rivivere nel raccontare, dopo 50 anni da quel suo addio al Rivaio dove aveva vissuto negli anni '60 ed aveva bene appreso e studiato per oltre quattro anni. Sono andato a fargli una visita promessagli  dopo quel funesto ma comunque fortunato 3 luglio scorso, giorno che ha potuto terminare a sera steso   tranquillamente  sul suo letto forse grazie ad un MIRACOLO ! Mi racconta che quel giorno, lui  rispettoso della segnaletica (da buon poliziotto!)  sostava lungo una strada a senso alternato , per lavori in corso, con la sua auto privata in coda di una fila di automezzi. Un distratto (?) un assente (?) autista gli piomba addosso speronandolo  e scaraventandolo sulla opposta corsia dove sopraggiungendo un camion greco lo urta violentemente facendolo ruotare di 180 gradi e....patapumfete...scoppio di Air Bags e tutto ciò che si può immaginare...e...conseguenze ? Non dico illeso sarebbe troppo ma...vivo ! Forse alcune postume conseguenze le sta vivendo ora ma Antonio mi confida che : " diciamo la Madonna delle Grazie del Rivaio, diciamo la Madonna Incoronata di Foggia...diciamo Padre Pio ? " (e dalla sua finestra col dito mi  indica lassu' San Giovanni Rotondo sul Gargano dove fra poco saliremo con le rispettive consorti  ) ma Lui si sente miracolato ! E...come non concordare? Dal Rivaio in poi lui racconta che si sente un "PROTETTO" nella vita, seppure nelle difficoltà e nelle sofferenze che strada facendo a volte, non volute,   ti si affiancano in "malacomagnia". Come se partissimo per una passeggiata, come allora al Rivaio per il torrente o per la pineta o per Vitiano o per La Nave, partiamo ma non a piedi. Una messa in moto e.....fuori Foggia infiliamo un Cardo che dritto come fuso incrociando spesso un Decumano  e puntando a Nord ci porta verso quel "sassoso monte" tra cave di roccia color ossido-ocra, campi di grano duro falciati, branchi ora di chianine ora di pecore tosate e di cavalli liberi con la criniera al vento ! Tra cardi spontanei di color azzurro, ulivi pregni di pendule olive prossime alla maturazione, mandorli prossimi a far cadere i loro frutti sgusciati, lasciato l'infinito Cardo, ci inerpichiamo tra  stretti tornanti e canti di cicale. in un battibaleno eccoci di fronte a quella monumentale nuova chiesa del Piana, tra mosaici tessero-vermicolati che raccontano la vita del "fraticello con le stimante" ed ampi  corridoi discendenti a spirale giungiamo al secondo piano sotterraneo dove riposano e si mostrano le spoglie del Santo Pio. L'emozione del viso a viso con Padre Pio  (11 anni dopo la mia prima visita) non ha voce ne' parole da riferire....in silenzio li' davanti al Santo ed unico mio atto solo raccomandare tutti voi, cari amici lettori, a Lui . Un po' di ristoro e via poi sul Monte San Michele, e... giù dopo  decine e decine di scalini, ci troviamo in quella grotta grigio-scura come la  pirite e  piena di fedeli che seguono il sermone di un celebrante . Nel risalire lentamente le decine di gradini e dopo una giornate impegnativa anche per il<br />
miglior maratoneta, il "miracolato" Antonio mi racconta un aneddoto accaduto ad un altro ex del Rivaio nostro coetaneo ed alto ufficiale di Polizia. In occasione di una visita di Papa Giovanni Paolo II, sua Santità volle rimanere solo nella grotta in preghiera ma la Polizia di Stato doveva proteggerlo (era il tempo del dopo attentato di Piazza San Pietro e discretamente controllava da lontano) al termine Sua Santità stanco e malfermo chiede un braccio di appoggio per ripercorrere all'in su' le decine  e decine di gradini e a chi lo chiede e chi lo aiuta ??? Nunzio Di Giulio, Ufficiale di Polizia ed ex del Rivaio !!!  ( ...e sia...!!! Dopo la storia dell'ex del Rivaio anni '30 Edoardo  Succhielli partigiano , ben ci sta' anche Nunzio Di Giulio poliziotto ed al Rivaio negli  anni '60!). Il sole rosso fuoco sta per tramontare ad ovest ed io lieto e felice riprendo la strada verso nord per tornare a casa !!!

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RACCONTI DEL RIVAIO da “MARIA” e “ALBUM DEI RICORDI”

 

P. Gianni Colosio
Quant’acqua e passata sotto i ponti

L’Italia dei primi decenni del Novecento era come uno stivale geografico riposto nell’ armadio dei robivecchi con le sue cicatrici di un passato di drammi e di fasti (si pensi alle infinite e preziose reliquie d’arte, distribuite ovunque, lasciatevi dai potentati succedutisi nei secoli o create dai geni nazionali). A differenza della vivacità dinamica degli altri paesi europei, essa sonnecchiava inerte offrendosi come un enorme museo all’ aperto a studiosi e intellettuali romantici, attratti e affascinati dalle vestigia del passato.
Ogni comunità viveva di un’ economia (prevalentemente agricola) di pura sussistenza. Non vedeva oltre – e non andava oltre – il proprio campanile, e per la penuria di mezzi e per il timore dell’ignoto. L’Italia era sì una realtà nazionale, ma di fatto gli italiani non ne erano coscienti. Chi di noi ha una certa età, si ricorda che era già un’avventura il recarsi nel capoluogo regionale. Che dico! addirittura gli abitanti del pal’ confinante erano considerati stranieri. E non a torto, visto che persino lingua differiva dalla propria!
Quell’Italia povera e sonnecchiante era esplorata dai sacerdoti del numerose congregazioni in cerca di adolescenti da trapiantare n seminari. Erano pochi quelli che tornavano a mani vuote. La prole ovunque copiosa e i genitori, di modesta estrazione e bravi cristiani erano allettati dalla prospettiva – se non altro – di avere una bocca in meno da sfamare e di dare un’ istruzione’ superiore’ ad almeno un figlio, Seguivano, dunque, il padre-reclutatore non solo i ragazzi con una certa inclinazione alla vita sacerdotale, ma anche quelli – ed erano i più attratti dall’ opportunità di studiare o ansiosi di evadere dalle mura di paesello.
Io fui tra questi. Sentivo d’avere la vocazione al sacerdozio. Nello stesso tempo volevo cambiare aria e ricongiungermi agli amici che già erano i seminario. E poi, per il mio precoce interesse per l’arte m’arrideva l’idea di trapiantarmi in Toscana, il cuore del Rinascimento, la patria di Giotto, di Piero della Francesca, di Masaccio, di Brunelleschi. Confesso chi allora, ad attrarmi fu soprattutto quest’ ultima prospettiva.
Ricordo il giorno in cui Padre Nicolini (marista e bresciano come me passò da casa mia. La sua prima battuta: “E’ vero che qui c’è un bravo ragazzo?”. La pronta (impertinente) risposta di mia madre (che avevo appena irritato con una mascalzonata): “Credo abbia sbagliato indirizzo: qui non ci sono bravi ragazzi!”. Ma il Padre, una persona affascinante, di grande carisma, col suo irresistibile sorriso e la sua eloquenza ammaliatrice l’ammansì e conquistò. Nei giorni seguenti ella mi chiese “Sei sicuro di voler andare col Padre? Vuoi davvero diventare sacerdote Tu lo sai che io e papà saremmo fieri di dare un figlio al Signore”. E fu così che io, primogenito di tre (e un quarto in arrivo), ebbi dai genitori ¬poveri in canna, ma ricchi di una fede tanto semplice quanto incrollabile – il consenso di lasciare il paese.
In Toscana, a Castiglion Fiorentino. “E dove si trova la Toscana?”. Libro d geografia tra le mani, la mostrai ai miei. “Oddio, quanto è lontana da Brescia! Quando ci rivedremo?”,fu la reazione di mia madre … Settimane prima della partenza cominciò a preparare, con metodo tutto femminile (e fervore tutto materno), la valigia: tante calze, tanti pantaloni (“ti metto qualche paio di calze pesanti in più, nel caso faccia freddo”), lenzuola e così via. Se avesse potuto, avrebbe ficcato in valigia tutta la casa, compresa lei stessa, tanto le costava distaccarsi dal figlio.
Il mattino della partenza. Taxi fino alla stazione di Brescia. Là mi trovai con alcuni compaesani e il nugolo di parenti. Padre Nicolini che si sbracciava per trovarci un posto nelle carrozze (ancora non si usava prenotare). Partenza. Sventolio di fazzoletti. Occhi lucidi. Un giorno intero – benedetti gli eurostar, anche se quasi mai in orario – per percorrere meno di 400 chilometri, con cambio di treno. Sudati, stremati, assetati e affamati, scendiamo dal treno accolti dal vociare sguaiato di quelli che d’ora in poi saranno i nostri compagni. Affrontiamo la salita verso il seminario coi nostri pesanti bagagli. “Quello è il seminario”. Un cubo che mi parve gigantesco, così come le camerate, gli studi, il refettorio.
I primi giorni furono eccitanti. Ero nella mitica Toscana! Mi guardavo attorno con avida curiosità per impossessarmi delle dolci curve collinari impennacchiate di neri cipressi, del cielo di un azzurro rarefatto (addio grigiore lombardo!), delle chiese in calce e pietra-serena costellate di tele e affreschi dei grandi maestri, del paese protetto da possenti mura, delle vie anguste, dei severi palazzi slabbrati dai secoli, della piana a perdita d’occhio spruzzata di casali e di ombrelli vegetali. Tutte queste cose le potevo godere nelle frequenti escursioni – i cosiddetti ‘passeggi’ – che punteggiavano le nostre settimane. Guidati dal prefetto, uscivamo in fila due a due. Il rompete-le-righe veniva dato una volta giunti alla meta stabilita: abitualmente un luogo appartato dove giocare senza pericoli.
E poi c’erano le scoperte della civiltà toscana, così lontana dalla lombarda, che a noi – poco più che adolescenti e provenienti dalle contrade più disparate – faceva sgranare gli occhi. La lingua anzitutto, modulata come un canto; mi faceva vergognare della durezza ‘teutonica’ del mio dialetto e della rude inflessione del mio italiano. Il pane senza sale. Per noi longobardi, poi, fu duro sostituire le michette nostrane con le scipite pagnotte toscane.
Non mancavano le sorprese poco gradite. La testa-fredda (una specie di salume fatto con le parti meno pregiate del maiale), una pietanza che tornava a ritmo battente. Il timore era che tra un cicciolo e 1′altro spuntasse (e succedeva) una poco appetibile setola suina che, se ingoiata, titillava per ore 1′esofago. Non parliamo dell’ odiatissimo olio di merluzzo; tutte le mattine, prima della colazione, dovevamo ingurgitarne un cucchiaio che ci sembrava sempre più grande; ricordo lo sguardo (sadico) del prefetto che assisteva all’ operazione per evitare che qualche furbetto fingesse di berlo e piantasse il cucchiaio e il (vomitevole) liquido oleoso nella segatura del barattolone.
Giorni eccitanti e pieni di scoperte anche per quanto riguarda la vita del seminario. Lombardia, Puglia, Calabria, Lazio erano le regioni più rappresentate. Una variopinta miscela di fisionomie (dal simil-africano al simil-tedesco), di dialetti, alcuni davvero ostici. Un microcosmo che rispecchiava fedelmente il variegato tessuto sociale italiano. Da quella babele i nostri educatori s’impegnarono, con i rudimentali strumenti pedagogici a disposizione e tanta buona volontà, a creare un gruppo armonico e omogeneo. Anzitutto ci venne imposto di esprimerci in lingua italiana. Con un certo sforzo, e gradualmente, ci adeguammo.
Era nella foga del gioco che scappavano imprecazioni, invettive, parolacce in vernacolo (dal significato facilmente intuibile), prontamente censurate dai prefetti che affibbiavano agli interessati la debita punizione.
Il giorno era scandito dai puntuali richiami della campanella. Ci si abituò presto, anche se era subito distinta quando annunciava la fine dello studio e delle lezioni, un po’ meno quando veniva ad interrompere la ricreazione. Essendo in molti, era possibile organizzare giochi collettivi. Non c’era, per fortuna, solo il calcio, sport per il quale non tutti sono tagliati (e io ero tra questi). Ricordo, ad esempio, le combattutissime gare a guardia-e-ladri, le tanto rare quanto avvincenti partite agli scudi, le annuali ‘olimpiadi’ per le quali ci si preparava con la tenacia e la costanza dei veri campioni.
Finora ho parlato solo degli aspetti ricreativi. È nella natura dell’ adolescente – tempestoso magma ormonale – sentirsi a proprio agio soprattutto nel gioco, sia di puro svago sia competitivo. Ma è intuibile
l’impegno profuso dai formatori per la nostra educazione umana, intellettuale e spirituale. Come tale educazione abbia inciso nelle coscienze lo attestano le molte e ripetute testimonianze di ex alunni. È alla loro scuola che ci siamo convinti – magari a scoppio ritardato, una volta cresciuti – che la vita è un dono di Dio, e che va spesa seminando amore. Ed è seminando l’amore (nell’infinita varietà delle sue forme) che dimostriamo fedeltà a lui, l’Amore per antonomasia. Da essi abbiamo imparato che Maria di Nazaret, la Madre di Cristo, è il nostro modello per il suo sì fermo e costante alla volontà di Dio.
Le immagini mariane ci sono state compagne negli anni trascorsi all’ ombra del Rivaio. Oltrepassato il cancello d’ingresso dalla strada, ci accoglieva a braccia aperte la statuetta posta nel bacile di pietra serena. In cortile, a grandezza naturale e col Figlio in braccio, vegliava su noi (forse incitava i brocchi), ‘figli’ immersi capo e collo nel gioco. Nello studio vegliava sul nostro impegno intellettivo. Quando, distratti, alzavamo il capo, benevolmente sembrava ammonirei a non perder tempo, per il nostro bene.
Era soprattutto il piccolo affresco della Madonna delle Grazie, posto sopra l’altare della chiesa, che ci consegnava al Figlio, presenza misteriosa nel sacramento eucaristico e maestro di Verità attraverso la Parola. Tutti noi abbiamo rivolto a quell’icona i nostri ingenui sentimenti di ragazzi. Le abbiamo confidato le nostre aspirazioni. Da lei abbiamo ricevuto ispirazione sul come impostare il futuro. Le ore vissute accanto a lei ci hanno spiritualmente plasmato.
Abbiamo preso strade diverse. Chi si è sposato e chi no. Chi è giunto al sacerdozio per altre strade. Chi ha perseverato nella vocazione marista. Ma tutti noi che abbiamo pregato quell’icona, portiamo incise nel cuore le stigmate del suo immutato affetto materno.
È trascorso un secolo dal giorno in cui il seminario del Rivaio accolse i primi ragazzi. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. L’Italia statica e comatosa dei primi decenni del Novecento è un lontano ricordo. Anche il nostro Paese ha subito un’ accelerazione frenetica su tutti i fronti, tanto da essere entrato nel numero delle potenze industrializzate.
Il (provvidenziale) benessere diffuso ha portato con sé, nostro malgrado, un clima di materialismo. ‘Godi la vita, esigi tutto e subito’, è lo slogan più diffuso. Una delle cause maggiori della diminuzione delle vocazioni si deve a questo spirito edonistico, insieme al drastico crollo delle nascite.
Anche il seminario del Rivaio, come molti altri, ha chiuso i battenti. Lungi dall’ abbandonarsi a nostalgici rimpianti, i cristiani dovrebbero rimboccarsi le maniche. La diminuzione dei sacerdoti può essere espressione della volontà superiore. Forse Dio vuole che i cristiani assumano responsabilità più grandi nella Chiesa, che siano, nel loro ambiente, testimoni attivi della propria fede. Sembra ormai giunta l’ora, quindi, che voi laici facciate uso delle convinzioni che avete coltivato negli anni della giovinezza e maturato, suppongo, da adulti. Che la Madonna delle Grazie, occhieggiante dall’alto dell’altare del Rivaio, continui ad ispirare, incoraggiare e sostenere il vostro impegno

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ANNI CINQUANTA E DINTORNI di Ilio Palazzi

Leggendo su MARIA i racconti di Emilio Pizzoferrato, con un notevole
sforzo di memoria ho cercato di mettere a fuoco alcuni episodi della nostra
vita di giovani apostolini relativi agli Anni ’50 e dintorni. Credo che possa
far piacere a coloro che queste circostanze le hanno vissute vederli
pubblicati.
UN PO’ VECCHIO. Ringrazio di cuore Emilio che con il resoconto dei
molteplici fatti vissuti al Rivaio ravviva i ricordi e le emozioni della
nostra giovinezza. Sono Ilio Palazzi, un po’ più vecchio di Emilio, per cui
le mie rimembranze, che vanno dal 1952 al 1956, non coincidono con le
sue. Vorrei anch’io contribuire col descrivere qualche episodio riferito a
quel periodo.
DAL CASSETTO DEI RICORDI. I ricordi sono tanti, ma sono anche
confusi. Però leggendo il resoconto delle gite descritte da Emilio, tipo
quella a San Marino – con tanto di bagaglio a mano, addirittura qualche
spicciolo per le piccole spese, con un comodo pullman – mi sovviene che
qualche anno prima abbiamo passato una vacanza estiva molto
selvaggia, ma interessantissima, alle falde del monte Favalto, in un
vecchio frantoio in disuso, a Santa Maria della Rassinata, paesino di
pochi abitanti ma molto ospitali.
COME MUGNAI. Il viaggio fu pionieristico. In un camion telonato
furono caricati i materassi sui quali ci sedemmo, insieme ad altre cose di
prima necessità; niente di superfluo. Durante il tragitto ci fu imposto di
non affacciarci in quanto, anche se allora tollerato, non era consentito il
trasporto di persone sui camion. Le strade erano tutte polverose perché
non asfaltate. Transitammo per Palazzo del Pero, proseguimmo per
Sant’Agata e dopo un’infinità di curve arrivammo alla Rassinata.
I chilometri non erano molti, circa una quarantina, ma impiegammo
tanto tempo. Quando scendemmo nell’aia del nostro ‘hotel’
sembravamo dei piccoli mugnai per la polvere di cui eravamo coperti.
Scaricammo i nostri materassi e tutto il resto nel vecchio frantoio.
I PESCI DEL NESTORE. La costruzione era costituita essenzialmente da
due grandi locali: uno al piano terra, che fu subito adibito ad uso
polivalente; uno al piano superiore a cui si accedeva per una scala di
legno. Il pavimento del piano superiore era in legno; su di esso
stendemmo i materassi creando così la nostra grande camerata.
Il paesaggio era incantevole. Eravamo completamente immersi nei
boschi. A fianco scorreva un torrentello, il Nestore, ove sguazzavano
molti pesci. L’aia era circondata da un muro di pietre a secco sul quale,
specie dopo cena, ci sedevamo per cantare sotto la direzione di Padre
Foglia o per ascoltare storie e racconti dai nostri Padri accompagna tori.
LEZIONE D’ELETTRICITA’.Le giornate scorrevano serene e veloci.
Si cercava di mantenere le consuete operazioni giornaliere, magari
adattandole alle circostanze. Il giorno iniziava con la Santa Messa nella
piccola chiesa del paese. Seguiva la colazione, un po’ di lezione, tanto per
non perdere completamente il contatto con lo studio, c poi via nel bosco
ove avevamo creato degli spazi attrezzati per praticare i nostri giochi,
alternati talvolta da letture o conferenze su argomenti molto
interessanti. Ricordo ancora una lezioncina sull’elettricità da parte di un
Fratello di cui non ricordo il nome. Illustrò perfettamente come viene
prodotta agli usi pratici nelle nostre case, spiegandoci anche la funzione
delle prese e degli interruttori, con consigli sul come ripararli o sostituirli
se necessario.
L’IMPRESA IDRAULICA. Un’impresa degna d’essere menzionata fu la
realizzazione di un piccolo acquedotto sotto la guida di Padre Foglia,
all’occorrenza improvvisato si ‘ingegnere idraulico’. Portammo, con
cortecce di tronchi d’albero sollevate da terra, l’acqua di una sorgente dal
bosco fino al piazzale del frantoio. Lungo il percorso furono realizzate
diverse derivazioni per avere l’acqua dove necessitava. Era un’opera
molto impegnativa, che richiedeva una continua manutenzione, per cui
furono costituite diverse squadre: quella di sorveglianza (a cui io
appartenevo, insieme a Domenico Palmieri, Remo Scapecchi e altri), la
squadra di pronto intervento e quella di manutenzione ordinaria,
ciascuna con i suoi compiti specifici.
IL TRIONFO DELLA CORALE. Il pranzo era preparato dal buon Nando
Rubechini con l’aiuto di alcuni ragazzi volenterosi. Seguiva un riposino e
nel pomeriggio continuava il nostro divertimento nelle aree che
avevamo attrezzato. Dopo la cena ci dedicavamo ai canti, diretti dal
nostro instancabile Padre Foglia. La domenica andavamo alla Messa
delle ore undici; la chiesa era sempre stracolma di fedeli, che accorrevano
anche per sentire i nostri canti.
IL BUON VINELLO. Una volta, all’uscita dalla Messa, alcuni uomini ci
vollero regalare del vino e ci chiesero dei contenitori. Fu subito attivata
una squadra per andare a prendere qualche recipiente. Non trovando
nulla di meglio, svuotarono l’acqua da due mezzine di rame (la mezzina
era un recipiente di rame, di dieci litri circa, usata in Toscana per attingere
acqua alla fonte e conservarla in casa, dove mancava l’acqua corrente), e
le portarono immediatamente davanti alla chiesa, dove eravamo ad
attenderli. Con il trofeo tornammo alla nostra casa e festeggiammo il
pranzo con un ottimo mezzo bicchiere di vino bianco a testa.
DOLORI INTESTINALI: Questo vino, che non tutti bevevamo, durò
Durò parecchio tempo e Nando si accorse che col passare dei giorni stava
cambiando sia colore che sapore; in più, alcuni ragazzi ebbero dei
disturbi intestinali. Le due cose vennero collegate e sempre il buon
Nando si recò al paese per chiedere qualche informazione.
Quando il signore che ce l’aveva regalato seppe che lo avevamo lasciato
per più di una settimana nella mezzina, ci disse che dovevamo
disfarcene subito in quanto il vino aveva corroso il recipiente di rame.
Gli abitanti del paese, e in particolare le massaie, ci portavano spesso
frutta e verdura fresca, che incrementava piacevolmente i nostri pasti.
Sono stati giorni felici e spensierati. Siamo stati tutti quanti molto
dispiaciuti nel lasciare quel luogo semplice e incontaminato quando con
i nostri bagagli (caricati nello stesso modo in cui eravamo arrivati) siamo
tornati al Rivaio.
VIVA LA VITA SELVAGGIA. L’anno successivo (o due anni dopo, non
ricordo bene), abbiamo passato le vacanze estive nel convento di
Sargiano, sulle colline nei dintorni di Arezzo. Questa volta il viaggio fu
effettuato in treno, dalla stazione di Castiglion Fiorentino all’Olmo di
Arezzo, con proseguimento a piedi fino al convento. La sistemazione
logistica era del tutto diversa; avevamo camerette a più letti, sala refezione,
servizi igienici, ampi spazi e la chiesa all’interno del convento.
C’era inoltre un’ottima veduta su Arezzo e sulla vallata circostante.
Facevamo lunghe passeggiate nei boschi con escursioni sul monte
Lignano e nella città di Arezzo per visitare le molte opere d’arte. Era tutto
bello e interessante, ma in molti di noi c’era la nostalgia della vita
selvaggia passata alla Rassinata .


MATTIOLI GIAN FRANCO – L’uovo oltre il muro

 

LA NUOVA ALA. I miei ricordi del periodo 1948 – 1953, anno in cui
terminato il ginnasio sono andato a Santa Fede, sono alquanto
appannati, essendo trascorsi troppi anni.
Quando, verso giugno del 1948, il P.Giamboni, che cercava ragazzi che
volessero entrare in seminario, mi contattò tramite le Suore della
parrocchia di S. Basilio, risposi subito e così mi ritrovai ai primi di
settembre dello stesso anno alla Stazione Termini, insieme ad una
quarantina di altri ragazzi diretti al Rivaio. Credo che quella prima media
sia stata una delle classi più numerose.
In quel periodo il numero dei seminaristi aumentò talmente che fu
necessario procedere alla costruzione dell’ ala nuova dell’ edificio del
Seminario, costruzione attaccata all’edificio preesistente. Così il salone al
piano terra della nuova costruzione venne adibito a sala-giochi con
tavoli da tennis, biliardo, calcio balilla.
LE VISITE. Vorrei tanto che mi tornassero alla mente momenti
particolari vissuti in quegli anni. Purtroppo, però, i molti anni trascorsi
mi rendono i ricordi confusi.
Penso sempre con nostalgia agli anni del Rivaio, con momenti felici ed
altri meno, a causa del mio carattere, all’ epoca alquanto vivace.
Ero andato al Rivaio per poter diventare Sacerdote, anche se i miei
genitori e fratelli avrebbero voluto che rimanessi con loro.
Certo, momenti duri ci sono stati; la guerra era finita da poco, si trattava
di una nuova vita, lontano dai miei famigliari. Per il mangiare sono stato
sempre soddisfatto e posso dire di non aver mai sofferto la fame.
Un ricordo particolare di quel periodo riguarda il momento in cui i
ragazzi che erano della zona di Castiglion Fiorentino ricevevano la visita
dei parenti. Provavo una certa invidia per questi compagni sia perché
potevano vedere spesso i loro parenti mentre io, essendo di Roma,
potevo vedere i miei genitori – che però dovevano fare tanti sacrifici per
venire a trovar mi – solo nel periodo di Natale e di Pasqua, sia perché in
refettorio vedevo che loro tiravano fuori dal cassetto il cibo che avevano
ricevuto da casa (salame, formaggio, frutta).
L’INCIDENTE DELL’UOVO. Ricordo con molto piacere il periodo
natalizio: nell’ aula grande si giocava a tombola e, poiché i miei genitori,
quando venivano a trovarmi si fermavano a Castiglion Fiorentino
qualche giorno, ero tanto felice perché potevano stare con me e
partecipare anche al gioco della tombola. Un pensiero che mi torna in mente spesso, anche dopo tanti anni, è rivolto a un comportamento da
me tenuto in quel periodo: i miei genitori, preoccupati che io, lontano da
casa, soffrissi la fame, volevano che ogni giorno bevessi un uovo fresco e
perciò insieme alla retta mandavano qualche soldo in più. Io, che non ho
mai gradito bere l’uovo fresco, facevo credere di mangiarlo e invece lo
gettavo oltre il muro, nel giardino vicino alla cucina. Questo durò per un
po’ di tempo, fino a quando lo venne a sapere il Padre Superiore per cui
giustamente venni rimproverato anche per il fatto che i miei genitori,
per farmi ‘star meglio’ facevano dei sacrifici, considerando che a casa
dovevano pensare ad altri quattro figli.
Ricordo con particolare commozione la gita – ed è l’unica che m’è
rimasta impressa nella memoria – alla Verna. Frequenti erano le
passeggiate che facevamo al torrente Cozzano (con quegli alberi pieni di
roselle), al colle di Vitiano (che chiamavamo Vulcano), ai Cappuccini o
lungo la strada per il Pero, ecc. ..
PIO IX E PAVESE. Io non ero molto amante delle passeggiate. Preferivo le
partite di pallone – che disputavamo al campo che si trovava verso la
stazione – oppure passare il tempo libero in legatoria dove P. Gea ci
spiegava come rilegare i libri sfasciati e anche come staccare i francobolli,
senza rovinarli, dalle lettere e cartoline che arrivavano dall’ estero, per
fame la collezione.
Un fatto che mi fa sorridere anche ora, ripensandoci, si riferisce ad una
interrogazione da me sostenuta. Avveniva in un giorno fisso della
settimana, penso il mercoledì, ed era pubblica; ciascuno di noi era
chiamato dal Padre Superiore a rispondere alle domande che venivano
rivolte dal proprio professore. A me fu chiesto l’anno di elezione a
Pontefice di Pio IX, elezione che aveva creato tante aspettative negli
italiani per l’unificazione dell’Italia. Nella risposta aggiunsi che a Pio IX
‘piacevano gli applausi’, parole che potevano apparire irriverenti nei
riguardi del Papa. La mia affermazione fece sobbalzare Padre Pavese, che
subito intervenne per riprendermi. Ma io, avendo allora una spiccata
memoria visiva, feci presente che erano esattamente le parole riportate
nel libro di testo (autore, se ben ricordo, il Prof. Cappuccio).
TEMPI SPENSIERATI. Ricordo con piacere – ed erano occasioni di
grande divertimento – quando nelle feste più importanti in cortile
facevamo le battaglie con tanto di scudi e palle di sabbia, come pure
quando si formavano due squadre per il gioco del fazzoletto: ognuno, a
sorpresa, era chiamato a correre per prendere il fazzoletto sostenuto da
uno di noi in mezzo al cortile; doveva poi ritornare presso i propri
compagni di squadra senza farsi toccare dall’ avversario che lo inseguiva.
Mi piacerebbe ricordare altri fatti accaduti in quel periodo; purtroppo
però, negli incontri che ogni anno vengono fatti al Rivaio, gli ex sono tutti
più giovani e quindi li sento ricordare quanto avvenuto nel loro periodo.
Così sento di gite importanti da loro effettuate, con tanto di foto-ricordo,
e questo perché i tempi erano cambiati e non c’era la ristrettezza
economica in cui ci trovammo noi nel periodo subito dopo la guerra.
Tuttavia questi incontri mi fanno lo stesso piacere perché così posso
rivivere gli anni da me passati al Rivaio e respirare quasi la stessa aria di
allora, vicino alla statua della Madonna del cortile, che ha sempre
vigilato su di noi e sui nostri giochi •

 

I Fioretti rivaiensi di Emilio Pizzoferrato

PRATOLA, PAESE DI EMIGRANTI.
La Pratola degli Anni ’50 era un
paesone che aveva visto emigrare i suoi giovani in terre lontane
(Americhe, Australia, Francia, Germania, Belgio), in cerca di fortuna, con
la classica valigia di cartone legata con lo spago, pieni di speranza in un
futuro migliore. Le mamme, alcune con capo coperto da un
fazzolettone, piangenti accompagnavano i figli a quella corriera che li
avrebbe imbarcati a Napoli per un viaggio-quarantena verso terre
ricche di opportunità di lavoro alternativo alla zappa e alla campagna
pratolana.
QUEI PRETI SERI.
All’epoca delle migrazioni io ero fanciullo di cinquesei
anni e amavo frequentare il grande Santuario-parrocchia della
Madonna della Libera, dove dal 1924 officiavano i Padri Maristi. Ancora
oggi ho impresse nella mente le sagome di quei preti seri, spesso
dall’ accento nordico, con veste nera,lunga, piena di bottoncini dal collo
ai piedi. Chi della della mia età non ricorda ancora oggi i padri Mattesini
Cenai Regonini, Capra, Centauro, Pennazio, Caselli, Coluzzi (che ad
ogni ragazzino che entrava all’ oratorio gli mollava uno schiaffetto sulla
fronte e l’obbligava a gridare: Viva la Lazio!); e poi ancora Gentili, Curti,,
Vottero, Messori e via dicendo.

SANTUARIO-DORMITORIO.

La frequenza dei fedeli era elevata. Tutti venivano accolti nel grande
tempio barocco: le donne a destra col velo in
testa e a braccia coperte; gli uomini a sinistra. La famosa e miracolosa
Madonna della Libera (liberatrice dalla peste del 1555) veniva (e viene
ancora) festeggiata in maggio. Molti pellegrini affluivano dalle
montagne e dalle valli d’Abruzzo. Giunti in gruppo alla periferia del
paese, iniziavano un doloroso percorso in ginocchio fino al Santuario.
Molti di loro la notte tra il sabato e la domenica dormivano all’interno
della grande chiesa.

LE ATTRAZIONI.
La parrocchia veniva tenuta al meglio dai Padri
Maristi, che mettevano a disposizione già negli Anni ’50 attrezzature,
sale, spazi e iniziative. Cinema al coperto, arena col cinescope d’estate,
l’oratorio, le altalene, il calciobalilla, la scuola di canto, la banda e i corsi
bandistici,la televisione (moltissimi presenti all’ epoca, per vedere Lascia
ò raddoppia), il campo di calcio,le gite, i campeggi estivi, la merenda della
Pontificia Opera Assistenza, i chierichetti (i più piccoli erano chiamati
‘crociatini’), l’Azione Cattolica. Cosa mancava per attirare noi ragazzini?
Nulla. L’importante era frequentare le feste religiose, le processioni, il
catechismo, le Messe domenicali. A noi era richiesta la presenza alla
Messa del fanciullo delle 9 se volevamo vedere, poi, nella sala
cinematografica, spezzoni dei films degli indiani o di Totò. I bambini
assenti ci pensava P.Coluzzi a rimandarli a casa senza cinema; ma spesso
faceva il buono e lasciava entrare tutti.

PANE E MORTADELLA.
All’ombra di queste attività sono vissuto e
cresciuto anch’io, nutrendomi di sana socialità e di iniziative ricreativo culturali
adatte a farci maturare. Fui attratto soprattutto dall’ attività di
chierichetto. Vi fui introdotto da Italo, un compagno un po’ più grande
di me. Entrai come ‘crociatino’, divenendone poi anche presidente
(l’insegna era una specie di pastorale, come i vescovi!!!). All’epoca i vari
sacrestani (Attilio, Achille, Adamo Santilli, Mario Moraschi) ci
impegnavano a servire le Messe e ci pagavano (o meglio, ci davano 5 lire
per ogni messa servita). A fine mese ci precipitavamo a spendere la
paghetta. lo spesso andavo a lato della chiesa, da Nunziatella, dove con
25 lire comperavo un caldo panino imbottito di mortadella; eppure in
casa avevamo salami, prosciutti e grandi pagnotte che duravano una
settimana e che ogni mamma cuoceva al forno rionale di Angiolina e
Ines! Quando c’era da servire le Messe di matrimoni e funerali,
baruffavamo spesso perché sapevamo che in quelle liete o tristi
occasioni i parenti diventavano più generosi con noi chierichetti.
Quante volte, dopo un matrimonio, aspettavamo sul sagrato che i due
sposini uscissero e i parenti lanciassero confetti misti a monetine; e noi,
tutti giù per terra a carpire la dolce e sonante manna che ci cadeva in
testa.
GLI SCARPONI CHIODATI.
Spesso, nelle mattine d’inverno, con la
neve alta e ghiacciata, infilati gli scarponi chiodati (per non consumarli
troppo presto!), partivo per servire Messa prima d’andare a scuola.
Tornavo sciando sul manto di ghiaccio con i miei amici chierichetti.
Molte volte, portando a casa la vestina e la cotta perché mamma le
lavasse, dovevo nasconderle perché non le vedesse il severo papà. Ecco,
ho vissuto così buona parte della mia fanciullezza, all’ ombra di due
campanili (quello di destra con l’orologio, quello di sinistra con le
campane). Sono cresciuto socializzando e con sani principi.

ADDIO MONTI.
E quando, un giorno, una signora che faceva parte
dell’ Azione Cattolica mi chiese se volevo andare a Castiglioni, pur non
sapendo cosa e dove fosse, accettai subito sapendo di andar via da un
paese che m’aveva dato tanto, ma che non avrei rimpianto perché la
proposta era affascinate. Correva l’anno 1957. Lasciavo i monti
d’Abruzzo dietro di me: la Majella a sud-est, il Gran Sasso a nord-est, e
soprattutto il Morrone, famoso perché accolse come eremita Fra’ Pietro,
poi per breve tempo papa Celestino V,e passato alla storia anche grazie
all’illustre e nota citazione dantesca: ‘Colui che fece il gran rifiuto’.
Il mio congedo da Pratola in quel caldo ottobre 1957, destinazione
Castiglion Fiorentino, non fu come l’Addio monti di manzoniana
memoria, ma la partenza di un ragazzino spensierato e curioso.
ALCIDE DI BINZAGO.
Ho voluto tornare col ricordo al Rivaio con la
prima foto fatta insieme ad uno dei tanti miei amici conosciuti, tale
Alcide Bresciani da Binzago. Un ragazzo pacifico e ossuto, faccione
robusto con due fossette quando sorrideva, buono con i buoni, peste con
i cattivi. Sceso da una di quelle valli bresciane dove i pascoli, il verde, i
monti, la bontà non mancano. Era un ragazzo che stranamente non
tifava per squadre di calcio di serie A, ma per l’Udinese, che militava
allora in serie B. In particolar modo prediligeva il calciatore Bettini.
Carneade … chi era costui al confronto di Mazzola e Rivera? Forse perché
poco noto, ma robusto e deciso nel gioco, Alcide aveva lui come idolo ed
esempio. Infatti, giocando a calcio nei nostri campionati interni, spesso
mi trovavo Alcide contro, nel ruolo di terzino, il quale menava di santa
ragione pedate sonore. Un giorno, durante una partita, essendo io più
veloce e attaccante, lo anticipai in un’ azione sotto porta; morale della
favola, mi ritrovai scaraventato a terra da un pedatone che mi gonfiò la
caviglia per molti giorni.

NATALE L’ORTOLANO.

Sorgeva all’epoca il famoso orto col ‘bottino’,
coltivato da Natale. Per chi non lo sa, Natale era il personaggio factotum.
Abitava all’ angolo del muro di cinta del Rivaio, in una casettina
affacciata a cavallo tra il giardino e la strada pubblica. Se non ricordo
male, c’era all’angolo anche una grotta della Madonna di Lourdes .
Vestiva sempre un paio di pantaloni blu tenuti su da bretelle incrociate e
due mastodontici scarponi. Era sua compagna di vita e moglie
Enrichetta. Lui corpulento, rubizzo, allegro; lei piccola, magrolina,
capelli d’argento lisci e raccolti dietro la nuca in treccine ben legate. Lui
senza un capello in testa e capace di far stridere in modo quasi fastidioso
i denti; lei con una vocina da ‘cittina’. Natale era addetto
all’ approvvigionamento delle verdure nell’ orto, alla coltura degli ulivi,
alla manutenzione di viali e siepi e all’allevamento, dietro il pallaio, dei
suini, necessari per il consumo interno di noi ragazzi. Famosa la testa
fredda, che a volte ci veniva servita a tavola, per la verità non molto
gradita a tanti di noi.

DIETRO-FRONT.
Ricordo allorquando era l’ora della lezione di
ginnastica e il professor Naldi (Rossano per gli amici) ci faceva marciare
sul campo di calcio (se bagnato, in alternativa lungo il viale a ghiaia), in
fila per due e gridava unò-duè, unò-duè. Ma giunti nei pressi del pallaio
(gioco delle bocce), librandosi nell’ aria il classico odore del porcile
retrostante, all’unò-duè unò-duè sostituiva l’ordine ‘puzza-di-maialedietro-
front’. Tutti noi scoppiavamo a ridere facendo riconversione e
retromarciando verso la parte opposta del campo (dove stava l’orto).
Ben presto l’orto scomparve e fu costruita, intorno al 1960, la magnifica
palestra grazie all’impegno del Superiore, P Arturo Buresti, il quale di
chilometri ne ha fatti tantissimi alla ricerca di contributi, bussando
spesso a portoni romani importanti (e munifici).

FOFI E LE UOVA.
Durante la costruzione della palestra, quasi metà del
campo di calcio fu occupato da ferro, calce, cemento, travetti, attrezzi da
muratore. Il campo, così occupato per mesi, era poco fruibile per noi
amanti del pallone. Durante le ricreazioni di mezza mattina facemmo
svariate conoscenze di muratori. Uno in particolare mi è restato
impresso. Era un uomo abbastanza anziano, magro, con la cicca in bocca
in continuazione, barba incolta, un baschetto nero in testa, occhietti neri
e furbi con strabismo accentuato, sempre allegro. Era detto El Fofi. Era
addetto alla calcina. Noi ragazzi curiosi, durante la ricreazione spesso ci
intrattenevamo con lui a scambiare quattro chiacchiere. Un giorno volle
raccontarci un aneddoto che faceva risalire all’ epoca del Duce’ (e
pronunciava a bassa voce il nome guardandosi intorno). Raccontava che
qualche venditore ambulante, per canzonare il regime gridava per le
strade: ‘Donne, da oggi in poi le uova non costeranno più 40 centesimi la
coppia, ma solo 20 centesimi l’una’; e per farei capire Fofi aggiungeva:
‘Capito cittini, capito?’. Ma noi si rideva solo del fatto che il costo, detto in
modo ingannevole alle massaie, comunque non cambiava. Della recente
storia pre e post-bellica sapevamo ben poco, noi ragazzetti dodicenni.

I RITMI QUOTIDIANI.

Le nostre giornate da studentelli, tra ottobre e
giugno dell’ anno successivo, erano scandite da ritmi precisi. Inizio
dell’ anno scolastico con Messa e foto-ricordo del gruppone. Eravamo
80-100 ragazzi impegnati tra prima media e quinta ginnasio, divisi in
due gruppi con due Padri-prefetto. Il gruppo dei ‘Piccoli’ comprendeva
tutti i frequentanti le classi dalla prima alla terza media, i ‘Grandi’ dalla
quarta alla quinta ginnasio. All’epoca i prefetti erano Allione e Di Felice,
successivamente sostituiti da Fueini e Principiano e poi da Maccarini e
Loreti. Al mattino sveglia. Dopo la Messa, colazione. Ricreazione fino
alle 8,25 allorquando, quel piccolino di cognome Caldera – moro, con
frangetta sulla fronte, viso tondeggiante, che faceva parte del gruppo
dei ‘Grandi’ – suonava la campanella dei’ cinque’ (i minuti mancanti alla
fine della ricreazione): significava prepararsi per andare a scuola. Al
pomeriggio, dopo pranzo, ancora ricreazione; i ‘cinque’ del solito
Caldera ci avvisavano del prossimo dopo-scuola delle 14,30, interrotto
mezz’ ora per la merenda (intorno alle 16,30); poi ancora in studio fino a
cena. I momenti migliori per noi erano il martedì e il giovedì pomeriggio,
destinati uno al calcio con campionati interni o gioco delle biglie e della
bandiera, 1′altro alla passeggiata in pineta o al ruscello, con giochi ai
numeri o a guardia-ladri. Quando s’andava in pineta si camminava
lungo le strade, in fila a destra due per due, tutti con il basco in testa.
Qualcuno di noi non amava tenere il basco e preferiva mostrare la
bionda o nera chioma con tanto di ciuffo pendente davanti agli occhi.
Per tale motivo, quando veniva al Rivaio il barbiere di fiducia, la parola
d’ordine dei prefetti era indiscutibile: ‘Taglio corto e basso, con
sfumatura dietro la nuca!’ Non era ancora l’ora dei Beatles e dei capelli a
caschetto, meno ancora dei capelloni!!!

LE FESTE.
Alcune feste caratterizzavano 1′anno scolastico: l’Immacolata
con Messa nella chiesa di San Francesco, il Natale col presepio, le
tombole, la neve (quando cadeva). Restano nella memoria anche la
Giornata Missionaria di ottobre, le Vestizioni (a Capodanno) di quelli di
quarta ginnasio. Gli incontri di calcio tra Istituti scolastici. Tradizionale
quello con il Collegio Seristori. Eccelleva tra di essi il famoso giocatore
soprannominato ‘Cicuta’, che non aveva nulla a che fare con quella sua
manìa di sputacchiare in continuazione per terra durante il gioco.
Quanto ci hanno entusiasmato i campionati di calcio, con premiazioni a
fine anno scolastico! Una squadra, della quale fui il capitano, la
chiamammo addirittura ‘I Garibaldini’. Ricordo 1′olio di fegato di
merluzzo, d’inverno, ingurgitato col cucchiaio che affogavamo subito
nel barattolo della segatura. Veniva dato prima della colazione e,
ovviamente, tutti 1′odiavamo; ma faceva bene alla salute …

NANDO E CORRADO.
A proposito di colazione, chi non ricorda quei
due simpatici inservienti sempre puntuali, sempre in refettorio, con
quel bianco grembiule a servirci i pasti? Sì, erano Nando e Corrado.
Nandino, il papà di Bruno Rubechini (ironia della sorte: Bruno era
Biondo casta no e pur rosso in viso). Ricordate il suo viso rossiccio, tanto
da sembrare eternamente abbronzato, e la chioma albina a fare da
contrasto? E Corrado, piccolo, alquanto robusto, calmissimo, di poche
parole, gentile?

S.O.S.

A fine-primavera le Olimpiadi concludevano l’anno scolastico
prima del ritorno a casa per le vacanze, che duravano fino a settembre
inoltrato. Anche durante le vacanze restavamo in contatto epistolare col
Rivaio, da dove ci pervenivano lettere-quiz, che ci tenevano occupati
nelle ricerche da rispedire con le risposte (più o meno esatte). Ogni fine
anno scolastico il Rivaio, in nostra assenza, ospitava diversi gruppi corali
che partecipavano al Concorso Polifonico di Arezzo, provenienti per la
maggior parte dall’Est d’Europa, allora col muro di Berlino che ci
separava. Un anno, tornati dalle vacanze, trovammo su un muro della
terrazza la scritta SOS incisa a caratteri cubi tali; era, se ben ricordo, un
messaggio lasciato dal coro polifonico ungherese (allora sotto il regime
comunista).

IL TOPINO DEVOTO.
Ai lati dell’altare centrale della chiesa del Rivaio
vi sono due ingressi con l’arco a tutto sesto. Noi, in coppia, sbucavamo
uno da destra e l’altro da sinistra da dietro le tende rosse, ci avviavamo al
centro dell’ altare e dopo una sincrona genuflessione prendevamo posto
nei banchi intorno all’altare, mentre il maestro organista Padre Roberto
intonava ‘Maria Mater Gratiae, / Mater misericordiae, / tu nos ab hoste
protege / et mortis ora supplice. / Jesu tibi sit gloria / qui natus es de
Virgine / cum Patre et Almo Spiritu/ in sempiterna saecula, Amen’ (spero
di aver ricordato in buon latino!). Qualcuno da dietro l’altare alzava il
drappo che copriva il dipinto della Madonna delle Grazie, dipinto
contornato da cornice sfarzosa, con volute ai quattro angoli. Dalla
navata i fedeli, seri e curiosi, ogni volta ci osservavano, ci squadravano
da capo a piedi, s’inorgoglivano nel prender parte alla celebrazione
religiosa in cotanta chiesa. Spesso ero distratto da un signore anziano
che immancabilmente si piazzava nel primo banco verso il porticato
laterale. Ero incuriosito dal suo pizzetto bianco, ma soprattutto da un
topino, pur esso bianco, che spuntandogli dalle tasche della giacca
girovagava sulle sue spalle e persino sulla sua testa. Che strano, un
fedele in chiesa con un topino!
RUSCELLO O PINETA.

La passeggiata del giovedì o del martedì mi
era inizialmente antipatica. Un primo motivo che mi trovava
dissenziente era che avrei preferito una partita a pallone. I campionati
erano gli appuntamenti annuali migliori. Ma col tempo imparai ad
apprezzare anche le passeggiate al ruscello, al poggio, in pineta. Si
usciva da Rivaio in fila due per due. Guai a chi avesse dimenticato il
basco!!! Il prefetto ci raccomandava di moderare il tono di voce strada
facendo. Marciavamo sulla destra della carreggiata e, noncuranti dei
pericoli degli automezzi che transitavano (ma all’epoca gli automezzi
circolanti erano di modesta entità), scherzavamo con quello che ci stava
a fianco creando dei bruschi movimenti e rompendo spesso le righe.
Abbandonata la strada statale e inerpicandoci verso la pineta, c’era il
rompete-le-righe ordinato dal prefetto che, mandando come capofila il
monitor e, restava in coda al branco di noi studentelli. Dopo Casa Ghetti,
giungevamo a VillaApparita. A questo punto o si girava a sinistra verso il
ruscello o a destra verso la pineta. Che profumo di resina quando, giunti
sotto quegli enormi e fitti pini, ci apprestavamo a giocare ai numeri o a
guardia e ladri. Mi resta nella memoria quel vento profumato, appunto,
di resina sprigionantesi dai tronchi, quel vento che, proveniente dagli
Appennini, al contatto coi rami si frantumava in tanti piccoli filamenti
olezzanti e dal suono tenue, da carezza sul viso. Ogni ritorno dal
passeggio ci vedeva stanchi ma felici, affamati ma sazi di natura, più
amici, più sereni, più buoni. Allora non c’erano (e non sarebbero serviti)
telefonini, i-pod, discoteche, rumori di piazza, di motori. Oggi forse, di
converso, non s’apprezza più di tanto ciò che noi abbiamo apprezzato
allora.

VACANZA ALL’OLMO.

Conservo un ricordo particolare di un’estate
trascorsa sulle colline d’Arezzo, all’Olmo (350 metri sul livello del mare),
il luogo dove nella seconda metà dell’Ottocento fu rinvenuto un teschio
dell’homo sapiens risalente al paleolitico. Una grande chiesa; alla sua
destra un chiostro con ampio piazzale-terrazza interno da cui si
ammirava tutta la valle e lì, in fondo, la città d’Arezzo. In quell’ estate (del
1958 se non ricordo male), vi passammo un periodo ricco di esperienze.
Chi non ricorda le partite di calcio a lato della chiesa, su fondo sterrato?
Mi è rimasto impresso uno dei tanti ex –tale Beladelli, bresciano – grande
portiere (anche se era un po’ bassino), talmente innamorato del calcio da
essere eletto ‘curatore’ del pallone. Per chi non ricorda o non sa, il
pallone dell’ epoca era di cuoio duro e con una camera d’aria da gonfiare,
legar bene e ricacciare dentro il guscio di cuoio tramite una fessura, che
poi andava chiusa con apposito ago e spago. Dopo tutta questa
operazione, il pallone andava ingrassato per renderlo più morbido per
le nostre teste e per far durare più a lungo le cuciture dei vari spicchi di
cui era composto. All’Olmo conobbi Padre Namur, un frate francescano
di origine egiziana. Un uomo buono, di carnagione pallida, barba nera
riccia e lunga, saio e occhialini tondi in punta di naso. In quella
permanenza all’Olmo, Padre Foglia, ‘magister organorum atque
cantorum’, ci preparò, come corale-ospite, per la manifestazione del
Concorso Polifonico d’Arezzo (il concorso era ai suoi inizi, e quindi non
ancora famoso). Tante prove, tanti gorgheggi, tante aspettative. Ma il
fratello di P.Buresti (don Pietro, se ben ricordo, monsignore ad Arezzo),
promotore di questa nostra canora partecipazione, ci fece sapere
all’ultimo momento che la partecipazione era annullata. Quale
delusione per noi ragazzetti soprani, alti e contralti!!! Tanta fatica per
nulla …

LE GITE SCOLASTICHE
.
Certamente le gite dovevano avere dei fini,
oltre che di svago anche di migliore acquisizione storica, culturale,
artistica e geografica dei luoghi nei quali venivamo condotti. La gita
veniva quindi annunciata e programmata con largo anticipo. Tutti
venivamo preventivamente istruiti sulla meta e dintorni. Qualcuno più
interessato e precisino si armava di depliants, testi e pubblicazioni. Si
partiva all’ alba armati di basco (prima di ogni altra cosa; nella foto
scattata a San Marino si notano tanti baschi e anche qualche
disubbidiente, desideroso di mostrare il ciuffo), un maglioncino per i
colpi di freddo. Taluni erano orgogliosamente possessori di una sacca
con spago per portarla a spalle. Già all’ epoca, qualcuna di queste sacche
metteva in bella mostra lo stemma del Milan o dell’Inter o della Juve. Ad
ognuno venivano affidati pochi spiccioli per le spesette d’occasione: una
cartolina da spedire a casa, un ricordino, una telefonata o magari un
gelato o una pastina. Ci accompagnavano diversi Padri responsabili. A
volte erano presenti ospiti di passaggio dal Rivaio. Non potevano
mancare Padre Foglia (il fisarmonicista oltre che organista e maestro di
canto) e naturalmente il Padre Gea (storico, umorista e intrattenitore).

MACCHINISTA METTI L’OLIO.

La prima canzone che si strillazzava a
squarciagola dopo l’appello e i primi chilometri era: ‘Macchinista,
macchinista metti l’olio / metti l’olio agli stantuffi/ del Rivaio siamo stufi/
a Bologna vogliamo andar’. Non poteva mancare, strada facendo, la
classica canzone ‘La macchina del capo / ha un buco nella gomma /
ripariamola col ciuingam!’. La canzone proseguiva con versi
onomatopeici, con la stessa strofa ripetuta, e così la macchina diventava
la brrr, il buco sciuuu, e via di seguito a gesticolare. Se desideravamo
sbellicarci dalle risate, invocavamo ad alta voce la canzone per
eccellenza di P. Gea; aveva per titolo ‘Me parea de andà al mercà’ e
proseguiva: ‘gnègnè (due volte) / me parea de andà al mercà / la rin tintung,
ting-tung, ting-tung, / gnau-gnau, gnau-gnau, but-but, but-but, /
me parea de andà al mercà’. E giù a ridere a crepapelle nel sentire i versi
che P. Gea faceva cantando, rosso paonazzo per lo sforzo.

BUONA NOTTE MA’.

Il tempo in pullman trascorreva velocemente e
s’arrivava alle meta: Bologna o San Marino, Orvieto o Firenze, Siena o
Pisa, Terni o fonti del Clitunno, Assisi o Gubbio. Ogni gita lasciava in noi
mille ricordi. Alla sera, puntuali all’ orario del raduno, risalivamo in
corriera e ognuno riprendeva esattamente il suo posto. Eh sì, perché a
diversi necessitava un certo posto e un sacchettino a portata di mano,
dato che erano sensibili di stomaco. Ritornando verso casa, le forti
emozioni vissute, i bei monumenti visitati e quant’ altro, si depositavano
nella nostra memoria. Con le gambe indolenzite, il viso arrossato dal
sole, il sacco vuoto e le scorte terminate, ripetevamo la solita canzone
all’ incontrario: ‘Macchinista, macchinista metti l’olio, / metti l’olio agli
stantuffi, / di Bologna siamo stufi (oppure di San Marino odi Orvieto ecc.) / e
a casa (al Rivaio) vogliam tornar’. Molti cadevano nelle braccia di
Morfeo. Brusco risveglio nei pressi del Rivaio, a tarda notte. La frescura
dell’ aria ci scuoteva dal torpore, dalla fatica della lunga giornata.
Imbambolato dal sonno, qualcuno dei piccoli avviandosi verso la
camerata, bisbigliava: ‘Buona notte, mamma!’

ATTORI IN ERBA.

Ho voluto tirar fuori dall’ archivio dei cari ricordi una
foto che ritrae un attimo fuggente di uno dei tre atti del dramma ‘Ho
ucciso mio figlio’, recitato al Fioccardo di Torino nei primi Anni ’60. Tra
gli attori, Gianni Colosio (attuale colto ed eccelso direttore di MARIA),
nella parte del padre, ricco ed elegantemente vestito, che mette in atto
qualsiasi marchingegno pur di distrarre il figlio da una nobile
aspirazione (la vita religiosa) e ‘gettarlo nel mare della bella vita, delle
belle donne, della perdizione’. Gianni, nella veste di papà-attore, riesce
nell’intento a tal punto che il figlio (io, Emilio), gettatosi nel vizio come
da volontà paterna, dilapida con le peggiori compagnie e nei vizi più
turpi l’enorme capitale monetario ed immobiliare di ‘Casa Ludovisia’. E’
questo un caro ricordo che dedico all’ attuale direttore di MARIA,
Gianni, ma anche al giovincello di allora che, oltre che essere già un
bravo attore, era nel contempo un pittore-novizio, ma dal ‘pennello
facile’ in bravura e in fantasia artistica. Che faccio l’untore o adùlo? No,
racconto il vero dei bei tempi che furono.

FACCIA AL MURO.
Ero da alcuni mesi al Rivaio. Correva l’anno 1957
(ahimé, cinquant’anni or sono!) e frequentavo la prima media.
Professore’ di Religione era il diligente e compostissimo P. Ezio
Santacroce. Mi colpì quel suo modo di interrogare taluni alunni furbetti.
Premetto che l’interrogato veniva invitato presso la cattedra, che
sembrava un tribunale giudiziario per essere posta due gradini più in
alto del pavimento. Qualsiasi alunno chiamato lì nei pressi era in preda
al terrore. Spesso molti di noi, non avendo studiato a dovere,
manifestavano difficoltà nel rispondere alle domande e – come tutti gli
studenti impreparati tentano di fare – allungavano gli occhi verso i
compagni in cerca di un suggerimento. Ma l’attento professore di
Religione, notate le gesticolazioni mimiche od orali, con un ordine
imperioso intimava all’interrogato di voltarsi faccia al muro. E così,
addio suggerimenti e risposte esatte!

INFINITO IN LACRIME FINITO.

Il non avere studiato ci procurava
spesso castighi. A proposito di castighi, ne subii uno anch’io (tra i
diversi), che ben ricordo. Sedevo abitualmente in una delle prime file di
banchi, verso il lato del campo di calcio. Una mattina il professore
156
d’Italiano (era Giuseppe Di Felice) ci interrogò sulla poesia leopardiana
‘L’infinito’, che giorni prima aveva assegnato da studiare a memoria. Fui
chiamato anch’io a recitarla, ma dopo il primo verso (Sempre caro mi fu
quest’ermo colle) non fui in grado di continuare. Senza rima, per noi
bimbetti quella poesia era astrusa e difficile. Conseguenza della mia
débacle? In castigo! Al pomeriggio, invece di fare ricreazione e giocare al
pallone, avrei dovuto rimanere in studio a ripassare Leopardi. Era il
tardo autunno. Laggiù tra la Val di Chiana e la Maremma, dopo una
splendida giornata di quelle toscane, un sole gigantesco rosso-fuoco era
vicino al tramonto. I miei compagni, lì a pochi passi dallo studio, tra
pedate al pallone e strilli si divertivano sul campo. E io, solo soletto, in
quello studio dei piccoli grande e vuoto, ero costretto a mandare a
memoria ‘L’infinito’!!! Preso da tristezza e nostalgia di casa (lasciata da
pochi mesi), caddi in un pianto dirotto al punto che, appoggiato al
banco, allagai di lacrime il pavimento. Di Felice, che era anche mio
prefetto, si accorse e tentò di consolarmi (visto che ero arrivato in
Toscana da poche settimane), ma le lacrime si moltiplicavano al pensiero
di casa mia, di papà e mamma, della sorella e del fratellino di sette anni.
Preso da compassione, mi abbonò il castigo e mi mandò a giocare con gli
altri. ‘L’infinito’ non mi riuscì mai d’impararlo bene. Mi restò sempre
ostico e a brandelli nella mente …

MADONNA … !!!

La ricreazione veniva per lo più impiegata nel gioco
del pallone. A volte alternavamo l’amata arte pedatoria con il gioco della
bandiera o delle biglie. Per diversi cittadini castiglionesi, passare lungo i
muri o la recinzione del Rivaio assumeva il sapore di una sana curiosità:
si fermavano a guardarci e a sentire le voci, il clamore, ad osservare il
formicolìo di movimenti di noi ragazzini mentre calciavamo. Era facile,
per un passante attento, udire e imparare i nomi, anzi i cognomi dei
ragazzi. Eh sì, al Rivaio vigeva l’ordine tassativo di chiamarci per
cognome. Così i passanti ci udivano berciare ora questi (Lussu, De
Angelis, Bennati, Palella, Fornari, Chilà), ora quei nomi (Malcangio,
Casotti, Zola, Milighetti, Imbiscuso, Nalin) di noi studentelli sportivi. Un
anno accadde un fatto strano. Un passante castiglionese, probabilmente
parlando col nostro direttore, manifestò stupore in quanto, secondo lui, i
ragazzi del Rivaio non si comportavano bene: gridavano ‘Madonna!
Madonna! Madonna!’ durante il gioco. Per il buon cristiano castiglionese
era una bestemmia vera e propria. L’atto era doppiamente grave in
quanto commesso in un luogo come il Rivaio! Dal mattino seguente non
si sentì più gridare ‘Madonna!’. Vi chiederete: Che storia è mai questa?
Quello che i passanti castiglionesi (e voi lettori) non potevano sapere, era
che noi non bestemmiavamo affatto la Madonna, ma che uno dei nostri
compagni, un campano – se ben ricordo della provincia di Caserta – per
sua sfortuna faceva Madonna di cognome e Aniello di nome; noi,
obbedienti all’ordine tassativo, lo chiamavamo col cognome! Da quel
giorno, non si sentì più urlare nel campo di calcio ‘Madonna!!!’, ma
A.nielloooo, Anielloooo, passa la palla, passa!!!’.

QUEL FEDENDE DI TORO.

Nel frequentare gli anni delle medie, come
in tutte le scuole d’Italia ci trovavamo spesso e all’improvviso di fronte al
classico annuncio del professore: ‘Oggi compito in classe’. Un po’
sorpresi, a volte tremanti per !’incognita o !’impreparazione,
attendevamo raggelati il titolo del tema da svolgere. Poi, tutti a testa
bassa a cercare di buttar giù in brutta delle idee, facendo bene attenzione
a rispettare, nello svolgimento, le norme tecniche insegnateci:
premessa, corpo del tema, conclusione. Alcuni giorni dopo, ecco i temi
corretti, con il voto. Mi è rimasto il ricordo di un tema particolare svolto
da un compagno, tale Di Giulio, pugliese. Il professore, più ilare che
furibondo, aveva segnato come errore blu uno svarione che il compagno
aveva fatto nello svolgimento. L’argomento del tema mi pare fosse ‘La
tua famiglia’. Di Giulio, proveniente da una zona agricola, raccontava
della disavventura capitata al genitore nel governare le bestie: ‘Mentre
mio padre era intento ad accudire gli animali della stalla, uno di essi,
muggendo e sbuffando caldo vapore dalle froge, iniziò a battere sul
pavimento una zampa in segno di nervosismo. Mio padre, abituato a
certi comportamenti non ci fece caso …Ma quel fedende di toro che era la
mucca-maschio, incornò mio padre ad una gamba’. La strana frase (quel
fedende di toro che era la mucca-maschio) restò nella storia. Nei giorni
seguenti in molti canzonavamo il Di Giulio. Indovinate come lo
chiamavamo? ‘Ehi, mucca-maschio!’ …
Il giorno del mio arrivo al Rivaio incappai anch’io in uno strafalcione nel
fare visita alla Superiora delle Suore che ci accudivano, e che era del mio
paese. Avevo una notizia da darle: sua sorella Elena non poteva
mantenere la promessa di venire a trovarla perché era caduta, s’era
fratturata un gamba e gliel’avevano ingessata. Vittima anch’io di
dialettismo, le dissi: ‘Tua sorella non può venire perché si è rotta una
zampa’. Risate a non finire da parte della Superiora …

UN MITO – PADRE GEA

Se a molti ex-alunni del Rivaio degli anni 57-65 potessi porre questa
domanda: Chi ci parlava di re Arduino di Ivrea, della Dora Baltea, del re
d’Italia in vacanza a Cuneo, del ‘De Bello Gallico’ e delle strategie
cesariane, del modo di rilegare i libri, degli starnuti-carburante e del
contenitore di essi per volare in cielo, dell’ epitaffio nella chiesa di San
Francesco, degli acquazzoni toscani e della voglia di prenderli tutti a mo’
di doccia, della sua certezza di essere ‘una buona spalla’, ma mai un
futuro Superiore, della canzone La carta moschicida??? Sono certo che
nessuno sbaglierebbe. Sì, perché era lui, era solo e inconfondibilmente
lui: Padre Gea Giovanni, piemontese, storico, latinista, regista teatrale,
sosia di Camillo Benso Conte di Cavour, piccolino (cm 150?), umorista,
simpatico ma severo professore del latino di una volta, insegnato con
competenza, passione e preparazione!
Il primo forte ricordo risale al 1958-59 quando, in occasione delle gite
scolastiche lui non poteva mai mancare sia per le barzellette sia per le
citazioni storiche e, soprattutto, per le canzonette. Una in particolare mi
è rimasta impressa. P.Gea afferrava il microfono lì in testa al pullman e
partiva con quella sua voce tenorile, rigonfiava le vene giugulari,
s’impaonazzava quando era costretto ad emettere acuti e, deferente,
ringraziava al termine dell’ esibizione canora, accennando a un cortese
inchino. Quella canzonetta, ‘La Carta moschicida’, la ricordo bene e
faceva: ‘Dall’amico mio Leone per un pranzo m’invitai, / mi portarono
un melone che da solo mi mangiai. / Dopo pranzo una tempesta sento in
corpo scatenar; / era tifo, era colera, chi più la potea frenar’. E noi tutti in
coro: ‘E io ci metto una carta moschicida perché tenga, perché tenga; / ed
io ci metto una carta moschicida, perché tenga per un po’. Lui:
‘Ritornando l’altra sera per un bosco lì vicin, / incontrai una brutta cera
che voleva li quattrino / Con un colpo di coltello mi ferì quell’ assassino /
Vidi allor le mie budella saltar fuori dall’in testin’. E noi in coro: ‘Ed io ci
metto una carta mosch icida … ‘.
Oltre ad essere un ottimo latinista, Padre Gea era un esperto rilegatore.
Come latinista, indimenticabili restano le battaglie cesariane del’De
Bello Gallico’. Battaglie che lui tentava di spiegare tracciando sulla
lavagna enormi geroglifici degli accampamenti, dei valli, della posizione
degli eserciti … Come rilegatore, aveva una bottega-laboratorio lì
all’ angolo della parte vecchia del Rivaio, vicino al campetto di bocce.
Alcuni di noi, volenterosi, rinunciando alla ricreazione preferivamo
passare del tempo con lui, che ci erudiva ed insegnava ora a
squinternare e cucire i vari quinterni dei libri, ora ad usare il pennello e la
colla vinavil, ora a quadrare e rifilare i libri con la taglierina e, infine, a
completare l’opera con l’applicazione della copertina, spesso con bordi
in pelle o carta pregiata.
Una frase latina posta su una lapide del chiostro della chiesa di San
Francesco, da lui spesso citata, mi torna alla mente. Sopra quella frase
(Securi secuta virum hominem sequi) scolpita sul marmo bianco,
campeggiava e campeggia uno scheletro umano con falce a tracolla. La
frase sembra messa appositamente sulla bocca di ‘Sora nostra morte
corporale’, rappresentata dallo scheletro; tradotta a senso vorrebbe dire:
‘Credendo di avere inseguito con la falce un uomo (virum), ho inseguito
invece un poveraccio (hominem)’; sia nella frase latina come nella
traduzione il soggetto (io, morte) è sottinteso.
L’ultimo ricordo che ho del Gea vivente risale al 1969. Quell’ anno ero già
educatore-animatore a VillaMaria di Pezzan di Carbonera (Treviso), con
Padre Roberto Foglia direttore. Per chi legge e non sa, Villa Maria era un
Collegio-Istituto di Osservazione e Casa di Rieducazione per
Minorenni, convenzionato, dove venivano ragazzi (tecnicamente
definiti asociali), sottratti alle famiglie e accolti a seguito di ordinanza dei
tribunali per minorenni delle Tre Venezie (Venezia-Trento-Trieste), per
conto del Ministero di Grazia e Giustizia. Orbene, in quel 1969 eravamo
sotto il Civetta, al Passo Duran (m. 1600) sotto le tende militari con oltre
80 ragazzi, 4 educatori, 2 cuoche e il direttore P. Roberto. I ragazzi
dovevamo portarli ogni anno in montagna per ben tre mesi estivi (allora
le scuole riaprivano il 1 ottobre), per non lasciarli abbandonati a se stessi
nei rispettivi paesi di provenienza. Ricordo che quell’ anno a ferragosto
nevicò e fummo costretti dal freddo a rientrare a Treviso il 16 agosto.
Durante quel campeggio avemmo la gradita sorpresa della visita di P.
Gea accompagnato da P. Gallorini. In loro onore i ragazzi costruirono
due ponticelli su un piccolo corso d’acqua che attraversava il nostro
campeggio. Vollero chiamarli Ponte Gea e Ponte Gallo (rini) _

Franco Milighetti, l’ineffabile folletto fiorentino

Posted on 24 maggio 2012di sergio casi

Franco Milighetti
L’ineffabile folletto fiorentino
Fin dall’inizio ha affiancato Nasorri nel rintracciare gli ex spendendo ore e ore al telefono o andando di persona a trovarli: Anche per lui utilizziamo un’intervista apparsa su MARIA (maggio-giugno 2008)

Siamo curiosi di sapere la ragione per cui hai lasciato il Rivaio.

Ho lasciato il Rivaio alla fine della quinta ginnasio. La mia famiglia da
qualche anno si era trasferita da Castiglion Fiorentino a Firenze sia
perché mamma aveva i genitori e i fratelli in quella città sia per avere più
possibilità di lavoro. All’inizio non fu comunque facile. Già nelle vacanze
estive che passavo a Firenze, nonostante dai miei genitori non
trasparisse nulla, mi resi conto che la vita di città era più complicata e
costosa, tanto che mio padre, una volta trasferiti, per mantenerci dovette
vendere casa e terreno. Così alla fine della scuola mi fermai nella grande
città toscana invece di recarmi a Santa Fede, dove mi attendeva teologia
e noviziato. La mia idea era di lavorare e contribuire all’andamento della
famiglia; una causa che definisco ‘di priorità’.
Vuoi ricordare qualche episodio particolarmente significativo di quel
tempo?
L’adolescenza è l’età delle meraviglie e delle scoperte. Il mio DNA di
estroverso; chiacchierone (non riesco proprio a stare zitto!), fantasioso,
compagnone, ricorda tanti episodi e avvenimenti dell’epoca, ma il 1
gennaio del 1957, giorno della Vestizione, è stato talmente importante
che lo ricordo come fosse ieri. I parenti, Suor Maria Iole (l’artefice della
mia andata in Seminario), mia mamma che piangeva dalla gioia. Fui
come colpito dalla grande responsabilità che mi stava cadendo addosso.
Mi ritrovavo vestito da prete, pensavo a Cesare: ‘alea iacta est’ (il dado è
tratto). Fino ad allora ero un ragazzino che aveva sognato quel giorno
come l’inizio della mia meravigliosa avventura: mi vedevo missionario,
predicatore, pescatore di anime … Improvvisamente mi resi conto anche
di tutti i doveri che imponeva la veste. Sarei stato all’altezza? Pregavo la
Madonnina che mi aiutasse, che non mi abbandonasse; mi sembrava
quasi di tradire … Come padre spirituale avevo Padre Arturo Buresti
ricordo ancora che un venerdì, in parlatorio, parlando con me e mia
mamma disse: ‘Franco, sei un buon citto (ragazzo) e sono sicuro che
rimarrai tale; sappi che la mamma (quella in cielo), vuol bene a tutti,
anche ai ragazzacci”. Poi si rivolse a mia mamma dicendole di riportarmi
a casa dove mi attendeva la tragedia di mia nonna Angiolina: la rassicurai
che tutti i rosari detti per me (e mi sa che ne aveva detti parecchi!), il
Signore li avrebbe usati per la sua anima
.
Hai continuato a studiare o sei entrato nel mondo del lavoro?

Potrei scrivere un libro su tutti i lavori che ho fatto! Mi limiterò ai primi. A
Firenze trovai subito lavoro, di giorno come disegnatore di cartoni
animati allo Studio K (trasformavo a lapis le figure intermedie tra un
movimento e l’altro); la sera frequentavo un corso di cucina dove
apprendevo un po’ d’inglese. Dopo due anni smisi tutto per fare il
venditore porta-a-porta di aspirapolveri, rinunciando anche ad un
posto in banca (i miei erano disperati). Quest’attività fu un ‘bingo’;
riuscivo a vendere così bene che in breve diventai il numero-uno
dell’agenzia ‘Folletto’ di Firenze. La mia prima macchina fu una Fiat 500
oscar-coupé, a soli venti anni.

Avrai fatto il servizio militare.

Artiglieria a Pisa. Ricordo un episodio che è stato fondamentale per i
miei lavori successivi. In caserma eravamo in seicento, alcuni dei quali
.l11,t1fabeti(correva l’anno 1962). lo e due compagni riuscimmo ad
ottenere dal colonnello un’aula per insegnare a leggere e scrivere. Al
primo corso c’erano 36 partecipanti, di cui 8 non erano né comunicati né
cresimati; con l’aiuto del cappellano (don Liquori, ricordo), ne
preparammo 5 ai sacramenti. Quando fecero la Prima Comunione,
poiché erano molto lontani da casa, festeggiammo andando a casa mia
con una camionetta dell’esercito. Tre questi, un sardo, un veneto e un
calabrese’che sono diventati i miei più stretti collaboratori e mi hanno
sempre seguito fino alla pensione. Tuttora non passa mese senza che ci
sentiamo.
Finito il militare?

Una ditta di biancheria di prestigio mi assunse come venditore per
Ferrara e provincia, una regione nebbiosa da ottobre a marzo tanto che
dopo le 17,00 si circolava poco c, proprio grazie all’impossibilità di
ritornare alla sede di Bologna riuscii a stabilire un ottimo rapporto con la
clientela rimanendo spesso ospite a casa loro. In breve, il fatturato
previsto crebbe in un anno di quattro volte. Riuscii a far produrre, su
suggerimento mio e di un grosso cliente, un prodotto che poi avrebbe
fatto la felicità delle casalinghe: il lenzuolo con gli angoli. Diventò il
prodotto più venduto in Italia e nel 1968 l’azienda mi propose di
trasferirmi a Milano come direttore-vendite in Italia. Potevo finalmente
sposarmi.

Raccontaci della tua compagna.

Conobbi Vanna alla Mostra dell’Artigianato di Firenze nel 1964. Era
l’addetta ai gelati nel bar di mio zio. Le dissi che doveva uscire con me,
‘pena il licenziamento’. Mi rispose mettendo il pollice sulla punta del
naso e facendomi ‘marameo’. Forse fu l’ebbrezza dei 100 chilometri sulla
mia 1500 (nel frattempo mi ero congedato dalla Fiat 500),che la convinse
che non ero poi tanto male …

Siete una coppia affiatata e felice. Qual è il segreto della vostra armonia?

Sicuramente l’avere caratteri diversi non è sempre un vantaggio. Nel
nostro caso, ha compensato le rispettive lacune. Sapere che ci si può
appoggiare all’altro, sempre, e in qualsiasi caso, e senza problemi, dona
notevole tranquillità e di conseguenza rende armonico il rapporto.

Quali le virtù che più ammiri della tua compagna?

La pazienza e l’indiscussa onestà. Ha fatto da collante perfetto tra me,
sempre fuori per lavoro, e la famiglia. È una rarità trovare donne che
convivono bene per trenta anni con i suoceri, assistendoli fino alla loro
morte. Vanna ha rinunciato al suo lavoro e alla sua indipendenza
economica sin dal 1973, anno di nascita della nostra seconda figlia,
privilegiando la famiglia e dando piena fiducia a me, il ‘motore
economico’ di un clan di sei persone.

Ritieni di avere qualche difetto incorreggibile?

Sì, non riesco a smettere di fumare in modo netto. A parte gli scherzi, la
cosa che fa infuriare Vanna è che quando un’attività è collaudata e sicura,
e quindi potrei darmi una calmata, non mi diverte più e me ne cerco
un’altra con tutta la trafila di “casini” per farla arrivare dove voglio io.

Da iperattivo, ti è pesato lasciare il lavoro?

Ufficialmente sono in pensione dal 1998,ma fino al 2003 (l’anno di un
intervento al cuore, oggi sostenuto da quattro bypass ), ho
continuato a fare consulenze aziendali. Dopo l’intervento ho dovuto
davvero fare il pensionato’. Per fortuna nel 2005 sono arrivate le
nipotine’,che mi fanno fare il mestiere di ‘nonno’ a tempo pieno.

Ti spaventa la vecchiaia?

No, assolutamente, non mi spaventa e non scalfisce la mia serenità.

Ti dedichi a qualche attività socialmente utile?

Faccio volontariato alla Croce Rossa di Bagno a Ripoli. Ho la patente
Militare per guidare le ambulanze, compreso il ‘codice rosso’ (quello con
il fischio e le sirene). Quindi sono spesso al 118. Poi faccio il trasporto
,tI1ziani-handicappati. Fino a 65 anni ero reperibile anche di notte, ma il
servizio che mi dà più soddisfazioni è quello che svolgo presso la
‘Neonatale’ dell’Ospedale Mayer.

Hai molta stima dei Padri Maristi che hai conosciuto.

Amo il periodo vissuto al Rivaio come apostolino. Sono sicuro che senza
quell’esperienza la mia vita non sarebbe stata la stessa. La fatica, per me
inaudita, di stare in silenzio, ha forgiato il mio carattere di natura
esuberante. La disciplina del Seminario mi ha strutturato. Di
conseguenza devo molto ai Padri di allora e sono felice quando vedo i
compagni, sia preti sia padri di famiglia come me. Perché ho stima dei
Padri? Semplice. Anche loro a sedici, diciassette, diciotto anni avranno
avuto le crisi che ho avuto io, e loro le hanno superate, per cui la stima
diventa meraviglia, venerazione. Si capisce allora come possono esserci
dei Buresti (quanto bene ha fatto con ‘Solidarietà in Buone Mani’ e altro),
dei Grazioli (piccolo di statura ma grande d’animo), dei Gea (formidabile
predicatore), dei Colosio (incredibile scrittore e pittore), dei Curti
Lorenzo (bravo, bravissimo), ecc. Il Rivaio è un luogo che ha sfornato
grandi cose. Io ho sempre avuto la certezza di avere sul mio capo la mano
della Madonna; i nostri nomi sono scritti nel basamento della sua statua
nel campo sportivo.

Che importanza ha la fede nella tua vita?

Rispetto al primo comandamento (Ama il tuo Dio), credo d’essere stato il
cristiano della Messa domenicale, molto spesso con Comunione. Non ho
perso l’abitudine di ringraziare la nostra Madonnina. Rispetto al secodo
comandamento (Ama il tuo prossimo), credo d’essermi dato da fare,
anche se è sempre poco.

Su cosa si basa il tuo ottimismo di fondo?

Porto spesso persone malate di depressione (brutta malattia!); quindi
per dovere devo essere sempre allegro e ottimista. Inoltre il chirurgo che
mi ha operato mi ha garantito una tenuta di altri 25-30 anni; perché
dovrei essere pessimista? Ho le nipotine. Le voglio vedere spose
all’altare!

Con Giovanni Nasorri ti sei dedicato alla ricerca di ex alunni del Rivaio.
Hai qualche episodio singolare da raccontarci?

Uno in particolare. lo: Pronto? Vorrei parlare col sig. Otello Tarquini.
Risposta: Vorrà dire Omero Tarquini, mio marito. lo: Sì signora, è per una
domanda di quando eravamo studenti in seminario. Risposta: In
seminario? Stasera gliela dico. Mi dia nome e telefono. Ore 20,30: Sono
Omero Tarquini. Lei chi è? lo: Franco Milighetti da Firenze; mi scusi,
siamo stati insieme … Lei è Otello? Risposta: No, sono Omero; ho capito,
lei parla di quel grandissimo com …. di mio fratello o forse è una
telefonata-tranello per sapere se sono arrabbiato? Gliela dica, vergogna!
Non ha mai lavorato, è sempre stato un vagabondo; e poi, rubare a me …
lo: Scusi, ma quanto ha rubato? Risposta: tre milioni. lo: Perché non lo
denuncia? Risposta: E che denuncio? Sono soldi nostri che dobbiamo
dividere. Io: Non capisco … Risposta: Tutt’al più mi accontento di un
milione. Se lui torna, gliela dica, sabato si potrebbe rifare la coppia; so
che organizzano una pockerata da Amelia. Io: Continuo a non capire …
Risposta: Ma scusi, mio fratello non è lì? Io: Ma se lo cerco, come fa ad
essere qui? Risposta: Ma lei allora chi è, perché mi fa dire ‘ste cose se non
non c’è mio fratello? Io: Non ho domandato nulla, è lei che parla. Lui:
Però se vede mio fratello gli dica … tu-tu-tu … Caduta la linea. Non sono
riuscito a rintracciare Otello, che mi è simpatico.

ICOLA NON TI DIMENTICHEREMO di Andrea Altieri

Posted on 4 dicembre 2012di sergio casi

Nicola fu quello che più influì su di me per l’entrata nella comunità marista. Avevo undici anni e Nicola, era già in
Seminario da due anni. Mi parlava della vita
comunitaria con tanto entusiasmo da convincermi a partire con lui e con tutto il gruppo di Poggiorsini, ad agosto, per non aspettare
ottobre, data dell’arrivo di tutti i “nuovi.” Nicola fu il mio Angelo Custode nei primi mesi trascorsi a Sargiano, in vacanza-studio
con tutti gli altri seminaristi. Era sempre pronto a darmi consigli e mi
aiutò a superare la nostalgia di casa, che nei primi mesi era assillante e struggente.
Era amato da tutti e per me, più piccolo, era un idolo.
Bravo a scuola, grande calciatore, serio e compito nei suoi comportamenti: era difficile trovargli un difetto.
Io sono venuto via dal Seminario nell’anno del
quarto ginnasio; invece Nicola aveva cominciato
il Noviziato ed ero pienamente convinto che
sarebbe arrivato al sacerdozio.
Non fu così, ma l’anima marista gli é rimasta
sempre impressa. Se volevi farlo felice bastava parlargli del Rivaio, dei Padri Maristi e dei compagni di seminario.
In occasione del centenario del Rivaio, organizzò tutto perché partecipassimo noi tutti del gruppo di Poggiorsini e viaggiassimo
insieme per ricordare i begli anni trascorsi al Rivaio. I tre giorni della permanenza a Castiglion Fiorentino sono stati indimenticabili. Abbiamo abbracciato tanti cari vecchi compagni, abbiamo ricordato aneddoti e antato tutto il repertorio delle canzoni
insegnateci da Padre Roberto Foglia, accompagnato dalla sua fisarmonica.
Ci siamo rivisti ancora due volte, dopo il festeggiamento del centenario: una volta con le nostre famiglie a Trani, e un’altra volta a
Marconia, nella parrocchia, con padre Rubechini e padre
Colosio. Le distanze delle città in cui viviamo non ci consentivano una frequentazione più assidua. Il telefono tante volte ci ha fatto sentire vicini e ogni volta era un piacere ricordare i bei tempi.Nicola se n’é andato in silenzio, ma la sua voce rimarrà indelebile nelle nostre orecchie e il suo sorriso impresso nei nostri occhi.

La mia e la mente di quanti lo hanno conosciuto continueranno a ricordarlo come quel bravo ragazzo che si distingueva per diligenza e per il suo grande amore verso gli amici.

Ciao Nicola!
Andrea Altieri
ex dirigente scolastico
Gravina in Puglia – Bari

La perdita precoce dell’amico Nicola mi ha
sconvolto. Il mio primo pensiero va alla
moglie Carmela, ai due figli e al nipotino
(l’orgoglio dei nonni), l’amore dei genitori e
l’espressione della vita che continua. Con
Nicola siamo nati nello stesso anno e abbiamo frequentato di pari passo i cinque anni della scuola elementare per poi, grazie all’interessamento del nostro parroco, don Michele Mastrogiacomo, siamo stati accettati nel seminario dei Padri Maristi del Rivaio a
Castiglion Fiorentino (AR), formando un gruppo di sei ragazzi.
I ricordi che Nicola ci lascia sono incancellabili per il carattere, per la sua generosità, per la sua disponibilità, per la sua fede cattolica
e in particolare per il suo sorriso, presente
anche nei momenti della sofferenza.
Nicola rimane per sempre nei nostri cuori e nelle nostre preghiere.

L’amico Francuccio

Sopravviverai nei nostri ricordi  così come appari in questa foto
recente: un gran sorriso che ben riassume il tuo entusiasmo trascinante.
Ciò che ti è stato tolto in questa vita, ti sia donato nell’altra…
Sono stato a Foggia  a celebrare una Santa Messa  in suo suffragio.
Non dubito che anche  tutti gli ex abbiano pregato
per il caro amico e continueranno a farlo.
P. Gianni Colosio


L’ intervista impossibile a Franco Milighetti di Emilio Pizzoferrato

L’intervista impossibile a Franco Milighetti
sotto il castello di Montecchio
di Emilio Pizzoferrato

IL CITTINO FRANCO.
Quell’ottobre 1957 mi vide, tredicenne pratolano, accolto tra le mura del Rivaio. Quello stesso periodo fu per me il più proficuo nell’attività mnemonica.
Fra i tanti che ho memorizzato, in parte raccontato a voi, cari lettori di MARIA, spicca un ragazzo oltre l’età della pubertà, ormai non più cittino, come ero io, ma giovanottello. Viso tondo, capelli a riccioloni, sorriso accattivante, alquanto timido e calciatore rapido, scattante e sempre con la palla tra i piedi. Era già un ginnasiale quando io iniziai l’avventura-Rivaio.
Presto scomparve dal Rivaio. L’anno seguente Milighetti non c’era più. Succedeva spesso che al mattino, alzati per la messa, la colazione e la scuola, passava di bocca in bocca la notizia del giorno: qualcuno al Rivaio aveva detto il manzoniano addio.. Spesso molti gettavano la spugna; altri a volte venivano rinviati alle rispettive famiglie per svariati motivi.
Nella mia memoria, fra i molti, restò incancellato questo simpatico Milighetti. Il 9 giugno di questo 2007, ritorno con la mia famiglia al Rivaio e coi bresciani d P. Foglia. E’ una data storica per me…il 50° del mio ingresso !!! Quanti anni passati…ma, vi assicuro, sembra ier l’altro. Chi mi ritrovo a cena ? Franco Milighetti!
SOTTO LA LUNA DI MONTECCHIO.
L’ora è tarda, la cena è terminata, una squisita porchetta giace ormai consumata oltre la metà e Milighetti, il suo coetaneo Benedetti ed io ci ritroviamo con una luna
brillante, col carro e l’orsa maggiore, con frotte di argentei lampeggi di lucciole, sotto le mura illuminate di Montecchio. Sì, sotto quel Castello con merli guelfi che domina tutta la Cassia e la Val di Chiana.
IL FOGLIO PERDUTO.
Il Franco, infervorato dal profumo notturno di inizio giugno e della sua terra che l’ha visto vagire come secondogenito, si immerge nel pelago dei ricordi d’infanzia e sciorina i migliori flash del suo primo-vivere. Là, sotto il castello, la casa natale venduta, ma più in là resta ancora un uliveto. Il suo raccontare continua Ecco la sua chiesa parrocchiale. Lui, piccolino, deve leggere ai fedeli uno scritto dettato dalla suora. Ma è domenica: la calca, l’emozione, tutto serve a fargli smarrire quel foglietto e balzato lassù, su quel pulpito dal quale il suo parroco ed esimi predicatori (come padre Gea, marista del Rivaio), indicavano ai fedeli la via della salvezza, lui, Milighetti, chierichetto col nasino all’insù, che aveva sempre sentito scendere prediche toccanti, si ammutolì, si zittì e pubblicamente confessò gridando: Ho perso il foglietto…
Rimase il preferito del Parroco anche dopo questo episodio ascrivibile tra il serio ed il faceto delle umane vicende. Lo stesso curato di anime lo indirizzò al Rivaio, lì a pochi chilometri da casa, dove appunto Franco visse, come tutti noi, un buon periodo di vita, che si infittì di incancellabili ricordi.
Seppure il tempo passò, l’amico Milighetti rimase legato a molti compagni, e ne cita diversi. Tra essi spicca l’artista Gianni Colosio (ndr: direttore della rivista MARIA), che a tutt’oggi, spesso piomba a casa sua in quel di Firenze, e poi a caccia di novità e storiche testimonianze dell’arte d’ogni tempo.
L’UOVO DI PASQUA.
Ma Milighetti, in quella notte stellata di Montecchio, chiude con una romanzata novella-aneddoto, ma fatto realmente accaduto. Avete presente quella storiella del grappolo d’uva carnoso profumato, dai chicchi giganti e maturo al punto giusto che, capitato nelle mani del Padre Priore di un convento, il quale vuole evitare un peccato di gola e soprattutto fare un fioretto, ne fa dono al vice e questi al più anziano dei frati eancora giu giu fino al novizio che, a sua volta, lo ridona al Priore? Ebbene sulla falsa riga della storiella, che celebra il trionfo della generosità, accade qualcosa del genere a Franco.
Gli capita un giorno di trovarsi al Rivaio per una ricorrenza: il 40° di sacerdozio dell’amico, coetaneo e vicino dei banchi di scuola e di studi Lorenzo Curti, attuale parroco del santuario del Rivaio. Il festeggiato organizza una lotteria per la raccolta di fondi da destinare al missionario in Perù padre Giuliano Salvini. Il generoso Milighetti acquista un cospicuo numero di tagliandi, commosso dal gesto di Lorenzo. E chi ti vince il gigantesco uovo in palio? Ma certo! Milighetti, detto per l’occasione (e per la rima) el fortunetti. Che fare?
Franco ritira il tutto e, visto che un suo amico a giorni si farà prete, riempie l’uovo di un dono speciale (un altarino da messa da campo) e, tacchete!, lo porta in dono. Il neo unto del Signore gradisce molto il contenuto per la sua missione, ma dona il contenente uovo gigante al suo buon Parroco che, a sua volta, generoso abitudinario, si reca ad offrirlo agli anziani ricoverati in una struttura del paese. Miracolo dei miracoli, gli anziani, commossi per il gesto, fanno una colletta a fin di bene. Dirvi che quella colletta fu generosa è dir poco !
L’ORGOGLIO DELLA NONNA.
Che dirti, caro Franco, al fin del mio racconto più che intervista? Tua nonna pensava di aver pregato a vuoto per te e di non avere un nipote degno e all’altezza di grandi cose? No caro, e da lassù è orgogliosa del suo nipotino. Il tempo, inesorabile, ti vede ora padre di due stupende figlie (ndr: che mi leggono volentieri nei racconti e, veramente commosso, le ringrazio), e nonno di una nidiata di nipotini, che sono vita di tua vita. Grazie, Franco, dei tuoi notturni racconti, quella sera del 9 giugno di quest’anno, sotto il castello di Montecchio. Sai benissimo che ti ho ascoltato ed ho raccontato. E se qualcosa ho male inteso e narrato inmodo diverso, sai bene che non ero né alticcio né brillo, ma solo stanco di oltre 700 chilometri percorsi da Treviso a Siena a San Gimignano a Volterra a San Galgano, a Pienza, a Castiglion Fiorentino, con i miei amici di Brescia e compagni di scuola di un tempo che fu… al Rivaio.

MARIO BACCONI di ALBERORO (AR)

Riceviamo e pubblichiamo la breve poesia in onore di San Pietro Chanel, composta da un
ex del Rivaio ultraottantenne. Vi si legge la nostalgia del tempo passato, la sempre viva
stima per un grande missionario, Padre Pavese, e la devozione verso il martire marista.
Dalla vasta e svariata memoria colgo lo stralcio di una poesia che ha il sapore delle composizioni del
Padre Rinaldo Pavese, missionario per 24 anni nelle Salomoni Meridionali, dove trovò il martirio San Pierluigi Chanel.
In ermo villaggio nella pace pia
ecco sbocciato un fior di paradiso.
Lo salutan del secol di Maria
i primi albori con materno riso.
Già d’affetto la Vergine il circonda.
Al sacro monte Dio l’alma ne inonda.
Chi porterà di Cristo la bandiera
in terre lontane che Satàn ancora danna?
Chanel risponde ringraziando: Io!

GLI EX a Pratola Peligna di Quintilio Vischetti

10 APRILE. GLI EX A PRATOLA PELIGNA

Di  Quintilio Vischetti

L’incontro annuale degli ex del centro-sud si è svolto nella nostra parrocchia di Pratola Peligna (Abruzzo). La riuscita è stata buona. A mano a mano che gli incontri vengono ripetuti, ricompaiono nuovi volti. Il miracolo avviene grazie soprattutto alla tenacia  di Giovanni Nasorri che (validamente aiutato fa Franco Milighetti) non si stanca di esplorare, tramite telefono, tutti gli angoli della penisola alla ricerca dei dispersi.  Presentiamo qui due articoli che riassumono le emozioni della giornata.

LE PRIME TELEFONATE.   Da

qualche tempo nutrivo un grande desiderio: rivedere i miei compagni degli anni trascorsi al Rivaio. Un’idea, una riflessione, una decisione. Per caso venni in contatto con Nasorri Giovanni che m’informò che anche lui voleva rendere reale questo desiderio. Ma come? Aveva alcuni nomi, indirizzi  e numeri di telefono, perché non iniziare da loro per poi arrivare agli altri? Nel frattempo i bresciani ci informano che hanno costituito un gruppo di ex del Rivaio coordinati da P. Foglia che si riunisce mensilmente, prega, medita  e consuma insieme una semplice cena. Dall’altra parte del telefono una risposta: Come hai fatto a trovarmi? Si, sonoio! Mi ricordo, ricordo poco, hai fatto bene a cercarmi. Con sorpresa e meraviglia inizia il primo contatto, le prime parole, i ricordi, a volte confusi, di molti anni fa (trenta, quaranta), trascorsi al Rivaio con tanti altri ragazzi più piccoli o più grandi di me, ragazzi d’altre regioni, d’altri paesi, con culture, dialetti  e costumi diversi. La ricerca è continuata nel tempo, ora è molto ampliata, ma non ancora conclusa. Occorre che ognuno, anche i Padri stessi, diano il loro contributo.

NOMI SBIADITI MA NON DIMENTICATI. Quest’incontro  è stato realizzato grazie all’interessamento del nostro ex apostolico  Nasorri Giovanni e soprattutto di Polce Enrico (non più mingherlino, ma ben piantato e d’aspetto imponente!!), aiutato da altri del luogo. Pratola è stata scelta anche su interessamento di P. Curti Lorenzo che vi svolge l’anno sabbatico. Sono intervenuti compagni di scuola della Toscana, Umbria, Puglia, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Ho ritrovato alcuni compagni dei miei anni (1952/1956) ed altri ancora; P. Filippucci Mauro, P. Curti Lorenzo, P. Colosio Gianni, Cantera Raffaele, Conte Alfonso, Presutti Basilio ed il più giovane Albano Giuseppe, che non ho mai dimenticato. Mancavano altri ragazzi che non sono venuti per il cattivo tempo ed altri motivi comprensibilissimi. Il mio pensiero va anche a loro per un ritrovarci prossimamente. Dopo i saluti ed i ritrovamenti, come una volta, è stato fatto l’appello dei presenti. Nomi sbiaditi dal tempo, ma non dimenticati: al sentire il nome abbiamo riconosciuto i nostri compagni. Che emozione questo primo incontro!

NEL SANTUARIO.  Ore 11.00. Siamo entrati nel Santuario intitolato a Maria SS. della Libera dove operano i PP Maristi. Tanti ricorderanno P. Gallorini Santi diventato inossidabile montanaro delle vette abruzzesi, già Prefetto per anni al Rivaio. Partecipando alla S. Messa, da bravi apostolini, abbiamo pregato e ricordato tutti i compagni. Vicino a me c’era Presutti Basilio, che con la sua capigliatura e folta barba bianca sembrava un  S. Giuseppe, ma cantava ancora bene con la sua voce intonata da basso secondo. Con il pensiero sono tornato al tempo passato. Ho ripensato a quando eravamo in chiesa al Rivaio, davanti all’immagine della Madonna con il nome di Santa Maria delle Grazie. Una tenera e bella immagine materna della Madre di Dio con il Bambino Gesù sulle ginocchia ed il manto azzurro che quasi copre il bambino tranquillo e sorridente. Quella era la nostra Madre celeste; ci guardava e seguiva tutti i giorni, vegliava su di noi tutte le notti, ci consolava per la tristezza di avere le nostre madri naturali lontane e noi, così piccoli, ci affidavano alla sua protezione. Quante preghiere innalzavano le nostre madri a Maria Santissima!! Quante preghiere uscite dal nostro cuore e dalle nostre labbra! Preghiere di gioia, di ringraziamento, preghiere intessute da tante ansie e paure. Quella Madre certamente ci ha seguiti ancora, mentre stavamo formando una nostra famiglia, amandoci con predilezione per essere rimasti fedeli e fiduciosi sotto la sua materna protezione.

L’ONDA DEI RICORDI. Al pranzo siamo stati ospiti del ristorante Oasi. L’infaticabile Polce Enrico aveva predisposto ogni accorgimento per garantirci una giornata indimenticabile e attraverso queste righe colgo l’occasione per ringraziarlo con fraterno affetto  e porgo le scuse alla sua famiglia per il tanto tempo che ha dovuto dedicare a noi. Eravamo 65, accompagnati dai familiari che con noi hanno condiviso  l’eccezionale rimpatriata. È stata una bella occasione per scambiarci saluti e notizie delle nostre famiglie, del lavoro e ci siamo accorti di quanto siamo cresciuti e di quanto tempo è passato. Abbiamo ricordato i primi arrivi al  Rivaio con i nostri scatoloni e valigie di cartone. Scendevamo dal treno e  a piedi, per quella strada sterrata, giungevamo al Rivaio, stanchi, spauriti e timidi. Tante erano le realtà attorno a noi: il paese bello, con la pluricentenaria torre del Cassero e le mura severe sulle quali s’innalzava qualche cipresso fiero  e snello. Le strade sterrate tra file di ciliegi e testucchi per sostenere le viti, i lunghi campi verdi nella pianura. Ricordare le passeggiate, specialmente nel periodo della vendemmia, alle colline di Mammì, a Moriello meta dei nostri giochi e delle corse. Cozzano (Villa Apparita) per quel rio di acqua fresca, nella calura estiva, che sotto i sassi nascondeva granchi. Le piante di carrube e le indigestioni di roselle e il grande verde degli ulivi lungo il viottolo per il Santuario della Madonna del Bagno. Da allora quasi nulla è cambiato. Forse una rivisitazione ci emozionerà ancora rendendoci felici come i bambini di allora.

RIPENSANDOCI BENE.   I nostri  ricordi, nel tempo, sono divenuti  sbiaditi, perché  allora non eravamo capaci di  valutare nel profondo  certe realtà:  Mi domando:  Quanti sacrifici facevano  i Padri per noi?  Eravamo tanti, 120-140, e ogni ragazzo era un pensiero e una responsabilità non di poco conto, perché non ci ammalassimo, né che ci succedesse qualche infortunio o incidente. Dar da mangiare a quei tempi di povertà non era facile. Il fornaio batteva sempre cassa quando ci riforniva di pane, ma la cassa era pressoché vuota alla fine del mese. Noi pregavamo la Madonna che venisse ad aiutarci e sfamarci. Il Padre Economo andava per le campagne, dai contadini, in cerca di verdure. Ho il ricordo dei carri agricoli che dopo il mercato del venerdì, nel ritorno, si fermavano davanti al cancello del seminario per lasciare le verdure invendute. Le spese varie di tutti noi non sempre erano pareggiate dalle famose rette mensili. Il Padre Economo era sempre in fibrillazione perché alcune non erano pagate dalle famiglie più povere e  i Padri dovevano rimediare e provvedere con tanto sacrificio sperando nella Provvidenza. Quanti pensieri avevano i Padri per la nostra formazione umana e cristiana!

LA PARTENZA. La chiusura dell’incontro era prevista per le 16.30, ma la ricchezza del pranzo e la voglia di stare ancora insieme hanno allungato i tempi. Noi dovevamo ripartire con un tempo che sinceramente non era proprio bello. A malincuore ci siamo decisi ed abbiamo lasciato gli amici pervasi di gioia e serenità, quasi dispiaciuti della partenza dopo tanti anni di silenzio e lontananza! Ringrazio la Madonna delle Grazie del Rivaio che ci ha concesso quest’opportunità nel Santuario di Maria SS. Della Libera. Ricordiamoci nella preghiera reciproca. Io pregherò per tutti Voi  presso la Madonna delle Grazie, promessa fatta già agli altri gruppi di Roma e Brescia. Vi ricordate la campanella? Ci richiama per il prossimo incontro  al  Rivaio previsto, a  furor di popolo, per il 2006. Preparatevi e vedete di esserci tutti!!

 

UN GRAN GIORNO di Giovanni Nasorri

 

UN GRAN GIORNO

PRIMI ARRIVI.  Il Rivaio, per un gran giorno da ricordare, Domenica 10 Aprile 2005, si è ritrovato a Pratola

Peligna, ridente cittadina alle falde del Gran Sasso e della  Maiella. L’incontro degli Apostolini di un tempo era stato ideato e proposto da P. Curti Lorenzo quando ancora era Provinciale e accolto da Polce Enrico che ha curato, per ben tre mesi, l’invito e l’accoglienza. Io mi sono riservato di far funzionare il database per avvisare più ragazzi possibile. Intorno alle 9.30 sono iniziati gli arrivi nella sala parrocchiale, immancabili ed emozionanti i primi incontri e ritrovamenti di persone che non si vedevano da 40 anni e più. Graditissima anche la presenza delle consorti, che guardavano con compiaciuta curiosità il viso emozionato di quei monelli di un tempo che fu.

LA MADONNA DELLA LIBERA.

Alle 11.00 S. Messa nel Santuario di Maria SS. della Libera dove è conservato un quadro della Madonna, cosiddetta della Libera. Una leggenda racconta che un tale Fortunato, malato di peste, vide in sogno una donna bellissima che si presentò come liberatrice, assicurando la guarigione dalla peste per lui, e la fine dell’epidemia per tutto il popolo pratolano. Svegliandosi, intravide fra i ruderi, in cui si era rifugiato, una figura divina che gli fece esclamare: Madonna, liberaci. L’immagine fu portata in paese con un carro trainato dai buoi e dal  XVI° secolo è oggetto di profondissima venerazione. La festa patronale di Pratola si svolge ogni prima Domenica di Maggio. Segno di fede ancora viva è il pellegrinaggio di vari paesi al santuario; quello di Gioia dei Marsi è compiuto a piedi secondo l’antica tradizione. Tutti noi abbiamo notato, con grande stupore, quanto è radicato nella popolazione locale il culto alla Vergine; non a caso Pratola è chiamata il paese della Madonna. Una devota del posto si è fatta avanti spontaneamente invitandoci a recitare assieme a lei preghiere alla Madonna.

LA LITURGIA. Con questi sentimenti d’ammirazione e di rinnovata devozione abbiamo assistito alla S. Messa celebrata dal Padre Provinciale Filippucci Mauro, concelebrata dal Parroco P. Torrano Vito, P. Curti Lorenzo, P. Foglia Roberto, P. Colosio Gianni, e P. Gallorini Santi. Gli ex alunni Nasorri  Giovanni e Milighetti Franco hanno letto una preghiera dei Fedeli scritta per l’occasione:-Per tutti i Padri Maristi che nei 70 anni di vita del Rivaio hanno atteso alla formazione umana e spirituale di oltre 1500 seminaristi.-Per tutti i nostri cari defunti che oggi siamo onorati di affidare al cuore immacolato di Maria SS. della Libera, perché possano godere, nella pienezza, i frutti della loro Fede in Gesù, nel Padre e nello Spirito Santo. -Per tutti noi qui riuniti per ringraziare il Signore che per l’intercessione della Madonna, abbiamo conservato vivo  il germe della Fede cristiana. E’ poi seguita la rituale foto di gruppo davanti all’altare maggiore.

IL CONVIVIO.  Una pioggerella insistente ci ha accolto appena usciti dal Santuario invitandoci a salire in auto per recarsi al convivio. Escludendo il cattivo tempo, tutto si è svolto come previsto. Il pranzo è stato abbondante e di pieno gradimento per tutti. Si vede proprio che Polce Enrico voleva fare la sua bella figura e c’è riuscito in pieno. Ringraziamo lui e la pazienza della sua famiglia. Con il mio archivio ambulante ho potuto soddisfare alcune richieste di dati, numeri telefonici e così in almeno tre occasioni tre ignari ex apostolici della zona sono stati raggiunti da una telefonata, tipo Carramba che sorpresa e si sono verificati toccanti incontri non preventivati. Singolare il caso del veterano Del Signore Arcangelo che, lamentandosi di non vedere nessun compagno della sua epoca, è stato accontentato dall’incontro con Puglielli Federico. Durante il pranzo tutti hanno manifestato il grande desiderio di ritrovarsi presto, magari al Rivaio, luogo di ricordi indelebili della propria infanzia. Sull’ala dell’entusiasmo l’amico Antonacci Nicola di Foggia ha chiesto di impegnarsi per rintracciare i ragazzi pugliesi. Io ho piena fiducia in lui.

UN APPELLO. Mi piacerebbe poter avere un aiuto, in tal senso, anche per il Lazio e la Lombardia, che hanno il maggior numero di non-rintracciati. Nelle varie telefonate alcuni ex hanno affermato di non voler essere più contattati, ognuno con i propri motivi, che rispetto totalmente. Sono in ogni modo convinto, sostenuto in questo anche dall’entusiasmo di quanti sono stati  a Pratola, che non è tanto importante rivangare piccoli e grandi fatti che nel passato di seminaristi hanno lasciato in noi una traccia negativa, quanto la voglia di rivedersi tra persone oramai adulte, padri di famiglia, realizzati nel mondo del lavoro e nella società, molti già pensionati! Quale valore può avere ora ciò che è successo 40-60 anni fa? Nessuno.

SOLIDARIETA’ IN BUONE MANI. E’ stata presentata anche l’iniziativa di P. Buresti Arturo: Solidarietà in buone mani, che tende ad aiutare le popolazioni povere del Perù, Venezuela e Senegal. Un gran benefattore per eccellenza è stato Fabrizio Meoni  due volte vincitore della Parigi-Dakar, parrocchiano del Rivaio, recentemente scomparso. Aiutare P. Buresti che aiuta, deve essere sentito come un onore, non un onere. IL Padre Arturo è Parroco  della Parrocchia S. Maria della Misericordia, 52040 Manciano (AR); il suo telefono:0575.653.052 arturo.buresti@tin.it . Alla fine del pranzo ho letto un ringraziamento rivolto a P. Buresti e scritto da Giuliva Domenico, a nome  degli Apostolini, in occasione dell’inaugurazione della palestra del Rivaio avvenuta nel 1957. E’ stato un modo simpatico per ritornare a quegli anni lontani. Per chi non lo sa, P. Arturo ha un archivio fotografico formidabile, ha tutto diligentemente catalogato e conservato. Immagino la contentezza di qualcuno se potesse trasferire su CD tutto quel materiale, in pratica la storia visiva del  Rivaio e i volti di centinaia di apostolini e Padri. L’idea è lanciata.

IL PROSSIMO APPUNTAMENTO. A sera sono rimasto  a Pratola e, con il tempo leggermente migliorato, ho fatto una passeggiata  a Sulmona, la città dei confetti, assieme a Ferrara Vincenzo e Spadorcia Tonino Elio, ammirando le antiche mura romane, il Duomo ed i  fornitissimi  negozi del Corso. Ringrazio anche della familiare accoglienza in un albergo di Pratola. Sono rimasto proprio contento. Polce Enrico non ha sbagliato nulla e comprendo quanto sacrificio è costato il suo darsi da fare. Per gli amici Toscani scocca  l’ora di rimboccarsi le maniche, perché nel 2006 l’incontro è previsto al Rivaio. Nessuno dica che non lo sapeva. Credo che la rivista MARIA può dare voce alle iniziative che stiamo per realizzare; quindi, è bene che tutti la leggano. Esiste poi una pagina riservata agli ex apostolini che aspetta di essere riempita con articoli. Per ricevere MARIA mettersi un contatto con il Padre Colosio Gianni a Roma in V. Cernaia, 14/B, Cell:  333.4957.222   email  gianni.colosio@virgilio.it

I PRESENTI.  Ci hanno onorato della loro presenza i Padri Gianni Colosio, Lorenzo Curti, Mauro  Filippucci, Roberto Foglia, Sante Gallorini, Vito Torrano. I nominativi degli ex convenuti  (molti di loro con moglie al seguito; qualcuno anche con la prole): 1) Giuseppe Albano, 2) Nicol Antonacci, 3) Nazzareno Bargigli, 4) Luciano Cacciotti, 5) Raffaele Cantera, 6) Luciano Cavallo, 7) Alfonso Conte, 8)  Giuseppe D’Antona, 9) Marco De Fina, 10) Sergio De Meis, 11) Domenico De Sando, 12) Arcangelo Del Signore, 13) Bruno Falcone, 14) Vincenzo Ferrara, 15) Antonio Foglietta, 16) Lorenzo Fusco, 17) Panfilo Gentile, 18) Giovanni Giammusso, 19) Felice Gizzi, 20) Antonio Iacobucci, 21) Domenico Liberatore, 22) Maurizio Martelli, 23) Mario Matola, 24) Gianfranco Mattioli, 25) Gino Mazzeschi, 26) Franco Milighetti, 27) Angelo Nardi, 28) Giovanni Nasorri, 29) Ilio Palazzi, 30) Enrico Polce, 31) Federico Puglielli, 32) Basilio Presutti, 33) Tonino Elio Spadorcia, 34) Vischetti Quintilio.

Impressioni colte al volo

Bruno Falcone:  Dopo cinquant’anni,  è stato bellissimo ritrovare compagni di scuola. Sono tornato un po’ più giovane.

Ilio Palazzi:  Ogni raduno ha la sua storia, le sue emozioni: questo di Pratola è stato memorabile per la famigliarità dell’accoglienza dei Padri e per la perfetta organizzazione. È bello stare insieme.

Ildefonso Conte:  Un passo indietro per riprendere porta (ricordate il gioco della bandiera?) e ripartire con nuovo slancio.

Panfilo Gentile: La giornata è stata stupenda. Il prossimo anno mi auguro di andare a Castiglion Fiorentino.

Enrico Polce:  Sono orgoglioso di avere organizzato quest’incontro al mio paese. Voglio bene a tutti e vi saluto cordialmente con un abbraccio.

Tonino Spadorcia: Buona iniziativa. Mi piacerebbe si facesse un incontro a Castiglion Fiorentino.

Nicola Antonacci:  È stato un incontro emozionante e coinvolgente, che mi ha fatto  rivivere i momenti meravigliosi di circa cinquant’anni fa vissuti al Rivaio. Spero che questi incontri si ripetano con più frequenza. Desidero ricevere MARIA.

Vincenzo Ferrara. L’incontro a Pratola è dovuto ad un impegno preso a Marconia per essere più numerosi e con l’obiettivo di ritrovarci ancora… a Castiglion Fiorentino.

Marco De Fina: Peccato che questo primo incontro sia avvenuto solo dopo trent’anni!

Felice Gizzi:  Gli anni non sono passati invano… e questa bellissima ed emozionante giornata ne è la testimonianza. Con tanto affetto verso chi oggi è presente qui a Pratola e verso chi lo sarà nei prossimi incontri.

Mario Matola: Mi è sembrato di tornare indietro negli anni. Ho sentito una forte emozione nell’incontrare amici mai conosciuti. Peccato che eravamo  solo in tre del nostro corso,ma sono felice.

Giuseppe D’Antona:  Sono passati gli anni con alti e bassi e qualche guaio, ma siamosempre felici di essere stati al Seminario del Rivaio.

Gino Mazzeschi: Mi piacerebbe ci fossero incontri più lunghi (es. due giorni  a Parnacciano, vicino a Castiglion Fiorentino), per meglio confrontare le nostre esperienze.

Basilio Presutti:  Esperienza dell’incontro a Pratola: sincera affettuosità riscontrata; condivisione dei valori  immagazzinati; volontà di estendere la rete per catturare meglio la realtà sociale e operarvi in cooperazione, da laici, ma credenti,  ed in supporto ai fratelli sacerdoti.

(Da “Maria” – maggio  giugno 2005)


ADDIO Padre ALDO di Enzo Brandini

ADDIO, PADRE ALDO

di  Enzo Brandini

Ero a casa di amici quel pomeriggio di domenica  14 marzo, quando mi raggiunse la triste notizia della morte del caro e fraterno amico P. Aldo Santini. Fu l’amico Franco Milighetti a comunicarmelo, ma già avevo avuto dai miei parenti di Alberoro alcune avvisaglie che facevano presagire il precipitare della situazione. È stato per me un colpo tremendo la perdita di P. Aldo, mio coetaneo.

Naturalmente nella mia memoria si sono riaccesi come flash alcuni ricordi dell’infanzia, o per meglio dire, della giovinezza. Eravamo non solo paesani  ma vicini di casa e gran parte della giornata la trascorrevamo insieme.

Andavamo insieme alla fonte a prendere l’acqua quando le nostre mamme ce lo chiedevano. Giravamo insieme per la campagna della Val di Chiana, di casolare in casolare, in cerca di amici e di svago. Abbiamo vissuto insieme il periodo duro della guerra. Appena sentivamo – perché eravamo come sentinelle sempre vigili – il ronzìo  lontano dei motori delle fortezze volanti che apparivano all’orizzonte dalle parti di Cortona, si dava l’allarme a tutto il vicinato, e allora via al rifugio dove le mamme e le nonne, in preda al panico, recitavano il rosario. Una mattina del febbraio 1944, se non erro, si fermò di fronte alle nostre case una colonna  blindata tedesca. Noi ragazzi eravamo curiosi per non aver mai visto cose del genere e si osservavano i militari che per fortuna non avevano cattive intenzioni, mentre la madre di Aldo preparava una enorme frittata ai soldati tedeschi, che avevano chiesto qualcosa da mangiare.

Quando se ne andarono, tutti tirarono un sospiro di sollievo.

Frequentavamo la stessa classe. Mi ricordo ch Aldo era un alunno docile e studioso. Quando arrivava il mese di maggio era usanza consolidata andare tutti insieme alla Maestà delle Fonti a recitare il rosario. Era un sacro impegno e nessuno mai mancava. Poi venne il momento – se ben ricordo nel lontano 1946 – della decisione di entrare in seminario e anche in questa circostanza volle essermi vicino. Mi ricordo sempre quel giorno, quando sua zia Filomena, prima della partenza per Castiglion Fiorentino, ci attaccò i numerini che avrebbero contrassegnato i nostri indumenti. In Seminario poi si capì subito che quel ragazzo, sempre rispettoso, ubbidiente e molto disciplinato aveva veramente la stoffa, la vocazione per diventare quel sacerdote che il Signore si scelse dalla famosa covata di Alberoro di cui fecero parte Tenti, Brandini,Menchetti, Sisti, Casi, Moretti e Santini.

Dopo che fu consacrato sacerdote, non persi mai di vista il caro amico della giovinezza.

Quando, come corista della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, capitavo a Roma, telefonavo sempre alla Casa Madre dei Padri Maristi e P. Aldo veniva a sentire i nostri concerti. Ricordo quei momenti come una simpatica e lieta occasione per rivederlo abbracciarlo. È doveroso precisare da parte mia che, per quel poco tempo che ho avuto modo di conoscere Aldo come sacerdote  non posso fare di lui un quadro dettagliato; tuttavia mi ha dato la netta sensazione che interpretasse nell’umiltà, nella discrezione, nella pietà, nella fede e nell’amore verso il prossimo, il vero spirito marista. Ma sono anche convinto – e non per presunzione, ma per una certa modesta intuizione – che queste virtù fossero latenti in P. Ald o come un patrimonio genetico che successivamente ha coltivato fino a meritare la nostra stima e la nostra ammirazione.

Dopo questo doveroso contributo all’amico più caro, sento il bisogno di terminare perché la commozione e il dolore mi stringono il cuore. Ciao carissimo e fraterno amico. Ci rivedremo.

Che Iddio e la Madonna ci accolgano in cielo

(da “Maria” maggio-giugno 2004)

Padre Pietro Necci

È nata la grande famiglia marista

del Rivaio

Di P. Pietro Necci

Il decano tra gli “Ex” intervenuti a Roma

Che tristezza ripensare il Rivaio di Castiglion Fiorentino (AR) non più quello di una volta. Che ebbrezza rivedere i volti maturi di quei ragazzi che lo han fatto vibrare con le loro voci piene di ansie, di speranze, di nostalgie, di vita, d iimpegni… negli anni quaranta,cinquanta e giù giù ancora… È vero! Via i piagnistei. Le cose vecchie sono passate, ne sono nate delle nuove.Personalmente, sono rimasto a occhi sbarrati a vedere P. Gianni Colosio, Milighetti Franco, Nasorri Giovanni sedere al tavolo della Presidenza  mentre ricordavano e soprattutto mentre invitavano tutti ad andare avanti per realizzare insieme il progetto di vita e di santità marista proposto negli anni lontani.

Quello che ho sentito mentre ci abbracciavamo o ci stringevamo la mano, balbettando parole di gioia, non so descriverlo… So soltanto che non ho fatto distinzione tra quelli del mio tempo e gli altri. Vedevo solo il  “Rivaio gaio gaio,delizia del mio cuor”.

La presenza delle spose è stata particolarmente toccante. Il pensiero dei figli lasciati a casa per necessità di cose ha colmato la misura.

Ho gridato dentro di me: “È nata la grande famiglia marista del Rivaio” Sognata un giorno lontano. Le rovine materiali non ci hanno sotterrati. Siamo restati impavidi, lo sguardo proteso all’avvenire.

Peccato l’assenza di qualcuno interessante… Ci precedono sempre i primi maristi con alla testa il Padre Fondatore,con San Pietro Chanel… Ci precede specialmente la Vergine delle Grazie con il suo spirito di semplicità e l’ardente amore di Dio e del prossimo.

Il testimone lo passeremo ai figli, alle figlie, sempre per la crescita della grande famiglia marista, quella del Rivaio.

L’unico rammarico di quel giorno: non essere stato con voi all’agape fraterna al ristorante. Sarà per la prossima volta?

Si. Arrivederci.

(Da “Maria”, marzo-aprile 2002)

Intervista a Giovanni Nasorri

 

Intervista agli emeriti animatori dell’ Associazione ex-alunni del Rivaio

Giovanni Nasorri lo Sherlock Holmes marista

 

Padri ed ex gli riconoscono il merito di aver creduto più di tutti all’utilità di rintracciare gli ex alunni del Rivaio. Di essersi prodigato a ricostruire, con pazienza certosina, l’intero elenco. Di aver caldeggiato e organizzato i vari raduni. Trascriviamo la breve intervista che P. Colosio gli fece alcuni anni fa (cfr. MARIA, marzo-aprile 2001)

Se fosse più alto, avesse gli occhiali, il berretto londinese e la lente d’ingrandimento tra le mani, Giovanni potrebbe essere scambiato per il famoso detective inglese. Gli somiglia comunque per il carattere tranquillo (non si direbbe un toscano!), e per la caparbia forza di volontà. Ha infatti svolto, e continua a svolgere, accurate indagini, non per scoprire criminali, ma per rintracciare e classificare gli ex alunni del Seminario marista del Rivaio. Con la sua calma olimpica non s’è arreso alle difficoltà incontrate. Ha continuato la ricerca fino a  mettere insieme un dossier quasi completo dei nomi e degli indirizzi dei vecchi alunni. Grazie a lui, noi Padri abbiamo potuto organizzare degli incontri e rivedere vecchie e care conoscenze. Non molto tempo fa è venuto a Roma con le sue cartelle ordinatamente compilate. Ci ha fatto la proposta di incontri periodici, regionali e nazionali [qualcosa nel frattempo è stato fatto], e di fissare per le singole regioni dei volontari col ruolo di referenti. Il suo fervore è davvero encomiabile. Gliene siamo grati. Pur se schivo di natura, ha pazientemente accettato d’essere intervistato.

I dati della tua carta d’identità?

Nato a Cortona il 5 febbraio 1948.

Quando sei stato al Rivaio?

Nell’ anno scolastico 1961-62. Vi ho frequentato solo la terza media.

Hai famiglia?

Sono sposato dal ’73 con una ‘ragazza’ a cui ho fatto il catechista.

Figli?

Un maschio di 27 anni e una femmina di 23.

Professione?

Capostazione a Terontola, dove abito.

Quando hai ripreso i contatti col Seminario?

 Nel 1979, dopo ben 18 anni. Incontrai P. Buresti al liceo scientifico di Castiglion Fiorentino, vi insegnava religione. Mi riconobbe e fu molto cordiale interessandosi alla mia vita. Gli chiesi informazioni sui Padri che avevo conosciuto. Da allora in poi i contatti coni Padri Maristi non si sono più  interrotti.

Com’ è nata L’idea di rintracciare gli ex seminaristi del Rivaio?

 La prima idea mi venne 20 anni fa. Ne parlai con i Padri, ma mi dissero che non c’erano possibilità di accedere agli archivi perché dispersi.

Poi?

Due anni fa ho fatto un’ altra richiesta e P. Airò (parroco al Rivaio in quel tempo) mi ha aiutato a rintracciare i primi documenti permettendomi di cominciare a mettere insieme le liste dei nominativi.

A che punto sono le ricerche?

Con le prime ricerche sono riuscito a rintracciare un migliaio di nomi. Attualmente sono giunto ad un totale di 2000 circa (dal 1911, primo anno della scuola, fino al 1975, l’ultimo anno di vita del Seminario), ossia la quasi totalità di quelli che sono passati dal Seminario.

Li hai poi contattati?

Alcuni ex erano già in relazione con i Padri. Attraverso incontri programmati e contatti telefonici ne sono stati ripescati oltre 250.

Tutti hanno gradito il ripescaggio?

I più sono rimasti piacevolmente sorpresi, anche se alcuni hanno detto chiaro e tondo che non erano interessati ad un incontro. Spesso alle chiamate hanno risposto le mogli ed è stato divertente sentire le loro reazioni nel sapere, alcune per la prima volta, che il marito era stato in Seminario!

Quali gruppi regionali hanno risposto di più?

I gruppi toscano,lombardo e, a distanza, quelli abruzzese e pugliese.

Che ti aspetti da questi contatti?

Di poterci ritrovare qualche volta non tanto per rinverdire un’ esperienza giovanile, ma per il piacere di un incontro tra vecchi amici ormai maturi, che magari desiderano valorizzare quello che hanno imparato al Rivaio, di cui certamente qualcosa è rimasto.

Che ne farai del voluminoso dossier che hai messo insieme?

Beh, verrà usato per contattare possibilmente tutti. Inoltre resterà alla Società di Maria come un patrimonio di dati e un documento storico della vita del loro Seminario.

Quali sono gli ex che, incontrandoli, ti hanno particolarmente emozionato?

I miei compagni di corso, che ricordavo molto bene. E’ stato piacevole rivederli dopo 38 anni.

I tuoi figli sono a conoscenza delle tue ricerche?

Sì, soprattutto mio figlio, che deve sopportare le mie invasioni nella sua stanza per lavorare al computer. Li incuriosisce non poco la mia ricerca.

Come vorresti che fossero organizzati gli incontri periodici degli ex? Non saprei. Vorrei però che servissero a rafforzare la nostra formazione iniziale e ci aiutassero ad essere dei bravi cristiani: c’è sempre spazio per migliorare noi stessi. Nella nostra condizione di laici potremmo aiutare i sacerdoti nel loro ministero con un’ impronta marista.

In che cosa si caratterizzano i Maristi rispetto ad altri religiosi?

Il fatto di essere sacerdoti che s’ispirano a Maria e operano nel suo nome, vivono in semplicità e concordia secondo lo spirito della casa di Nazaret. Noi ex alunni, in quanto cristiani, possiamo imitarli vivendo nello stesso spirito.

Che significa vivere da cristiani?

Seguire Cristo e praticare seriamente il suo messaggio.

Quali sono per te i punti-forza del messaggio evangelico?

La fiducia e l’abbandono in Dio, l’umiltà, ma soprattutto l’amore del prossimo.

Una tua definizione di prossimo.

Il fratello che ho accanto, chiunque sia.

Incontrando un povero provi più imbarazzo o compassione?

Nessuna delle due cose. Cerco di capire perché è in quella condizione e faccio il possibile per aiutarlo, ricordandomi del buon samaritano della parabola. Cerco di vedere nell’umile mendicante un figlio di Dio, coi suoi valori umani e i suoi problemi, senza dubbio più grandi dei miei.

Hai qualche episodio in merito?

A Camucia c’erano due barboni. D’estate mi fermavo qualche volta a scambiare con loro quattro chiacchiere. Uno era un ex avvocato. Mi confidò che aveva preferito la libertà della strada agli impegni e ai compromessi della sua professione. Non conoscendolo, lo avresti considerato uno spiantato … Da allora mi sono convinto che esprimere giudizi sugli altri si sbaglia sempre.

Flessibile o severo con i figli?

Una via di mezzo. La severità, quando occorre, unita a una certa flessibilità. L’importante è una buona educazione. Ai figli si dà di più educandoli che accontentandoli in ogni loro desiderio. Educare vuol dire guidarli nella crescita umana usando come unità di misura l’affetto.

Una critica al mondo d’oggi?

Il predominio dell’ apparire invece dell’ essere, della finzione invece della sincerità.

Un aspetto positivo?

Il progresso tecnologico. Usato correttamente offre enormi possibilità.

Lettera di Mimmo Bucci pubblicata su “Maria”

Caro Gianni, sono Mimmo (Domenico)
Bucci, del gruppo di Poggiorsini (Bari)
che ti scrive. Per me scrivere è sempre
stato difficile, ma questa volta è diverso.
Non vedevo l’ora di mettermi alla
tastiera per buttare giù queste righe, se
non altro per ringraziarti di avermi dato
la possibilità di rivedere luoghi e rivivere
i tempi mai dimenticati.
Essere tornati con la mente a 54 anni fa
è stato bello. Mi sono rivisto quando
giocavamo al pallone, al calciobalilla, al
ping pong, in refettorio, in chiesa dove
sedevo. L’emozione mi ha preso dalla
mattina del sabato quando, in autostrada,
ad un distributore, ho incontrato i
miei compaesani, due dei quali
(Antonacci e Gianni Selvaggi) non li
vedevo da quando lasciai il seminario.
E’ stato bellissimo.
Ci siamo abbracciati e, per non dare a
vedere che eravamo commossi, ci siamo
presi in giro ed è venuta fuori qualche
battuta stupida (‘e i capelli che fine han
fatto?’). Siamo ritornati ad un tratto
ragazzini.
Sai, Gianni, in tutti questi lunghi anni
quante volte mi sono chiesto: ma è proprio
vero che sono stato in seminario?
Sììì, mi rispondevo; ma tutti quei ragazzi
cosa fanno? Come sono? E quei luoghi,
dove ho trascorso due anni bellissimi
della mia fanciullezza, li rivedrò
ancora? A tutte queste domande sabato
sera ho avuto risposta.
All’albergo i primi incontri, ma non
erano del mio corso; al ristorante poi: ‘Io
sono Bucci, e tu?’, ‘Io Ambrosini, io
Benedetti; quello è Colosio’; ma ti avevo
riconosciuto (all’infuori dei capelli, sei
rimasto uguale!) e via così con tutti gli
altri. E tutti avevamo qualcosa da dirci,
da ricordare.
Emozioni una dopo l’altra… Tutto è
stato bello. Mia moglie, sentendosi al
telefono coi figli non ripeteva altro che:
‘Com’è bello! Come sono contenta di essere
venuta!’ ecc…
Sono stati due giorni bellissimi, che
non dimenticherò tanto facilmente.
Grazie per averci data questa possibilità…
Un abbraccio da mia moglie, da tutta la
famiglia, e da me in particolare.
Ciao, e a risentirci. Mimmo Bucci._

Eravamo una bella covata

 

Eravamo una bella covata
di Enzo Brandini
Caro padre Piero Topini e cari Padri Maristi tutti,
Sono dispiaciuto di non poter partecipare all’incontro dei vecchi seminaristi del Rivaio. previsto per domenica 11 novembre, a causa di precedenti impegni presi col mio CRAL aziendale. Avrei voluto rivedere molto volentieri e con grande interesse gli amici di tanto tempo fà. Anche se vivo ormai da molto tempo qui a Firenze, ricordo ancora i miei compagni di Alberoro; eravamo una bella ‘covata’. Ricordo molto bene i loro nomi: Casi. Moretti. Menchetti. Sisti. Tenti e Santini, mio grande amico e vicino di casa al Borghetto. Con lui abbiamo vissuto il periodo di scuola e i momenti difficili della guerra. Poi, grazie a Dio. Aldo è diventato sacerdote e qualche anno fà l’ho rivisto a Roma. Entrando in Seminario al Rivaio intorno agli anni ’47-48. Tanti ricordi di quel periodo vengono alla mente: lo studio, i mercuriali (le interrogazioni del mercoledì). le passeggiate in gruppo. avvolti in quelle mantelline nere che oggi potrebbero far ripensare all’Amarcord felliniano. Le mete e i percorsi erano sempre gli stessi: la valle di Chio. Montecchio. Mammi. La Foce. La Nave. Castroncello.la statale per Vitiano e quel monte vicino. una collinetta che si diceva fosse un cimitero etrusco. ecc.
Poi ricordo il gioco di gruppo della Bandiera, quel grande e freddo dormitorio, la campanella che scandiva i vari momenti della giornata. i cari padri Curti. Foglia. Pavese. Gea, Gentili, Borghesi. Ferrari. Necci. Nicolini. Del Re … Tutte queste benemerite persone hanno contribuito alla formazione. sia culturale che spirituale. mia e di tanti giovani. Li ringrazio di cuore. Come accennato per telefono a padre Piero Topini. facendo tesoro di quel patrimonio di cui sopra ho parlato, ho arricchito la mia cultura musicale dedicandomi alla musica corale.

 

Addio, papà Pietro

(“…nel rimembrar delle passate cose… il naufragar m’è dolce in questo mare…”)

 

Di Emilio Pizzoferrato

Leggendo nell’ultimo numero di MARIA la scomparsa di Padre Necci, ho pianto. Non mi è accaduto per Fucini, Ricossa ed altri miei “prefetti”, ma per Pietro sì. Forse perché, al contrario degli altri che ritenevamo fratelli maggiori, lui ci faceva da padre. Ho voluto raccogliere, in alcune righe, semplici ricordi. Forse è la prima ed ultima volta che lo faccio, ma è venuto tutto spontaneamente, da dentro

Di fronte a certi accadimenti, riesplode in noi il passato, quel passato che ci fa tornare indietro. Come posso dimenticare i migliori verdi anni della mia vita, dai tredici ai ventitre? I migliori anni nei quali qualcuno si è sostituito a mamma e papà per educarmi alla vita? Grazie a tutti i Maristi che ho incontrato strada facendo, ho potuto raggiungere una cultura, una formazione psico-sociale, un carattere normotipo, quanto meno. Guardandomi indietro mi rivedo ex Educatore-Animatore di minori asociali a Villa Maria di Pezzan di Carbonera (per dieci anni (‘67-’77) con quell’altro “papà”, padre Roberto Foglia. Mi rivedo Amministratore di azienda quassù nel ricco ed operoso NordEst. (’77-’82) ed ora Imprenditore (’82-’02). Non ho pensato solo a me stesso in tutti questi anni, ma mi sono sobbarcato incarichi sociali erga omnes. Presidente di Associazione ricreativa, sportiva e culturale ( tra l’84 ed il ’94 a fasi alterne). Consigliere comunale di opposizione (’90-’95), Assessore ai Lavori Pubblici (’95-’99) e ritorno all’opposizione (’99- fino al ’04 prossimo) Vogliono candidarmi Sindaco alle prossime? Forse sarebbe troppo, ma senza dover far conti con parenti, compari, ascendenti, che qui non ho, potrei essere il meno legato a parentele. Mia figlia e mia moglie farebbero l’eccezione. Il tutto per dire che, grazie ai Maristi, ho potuto dare, restituire al prossimo qualcosa di mio ma attinto ad una fonte, alla scuola Marista (ignoti et occulti esse videantur ) dei vari Buresti, Ricossa…e papà Pietro Necci. Te ne sei andato dopo averci educati, aiutato dai padri Ricossa, Fucini, Buresti, Principiano, Maccarini, Foglia, Faletti, Carnino, Ionta, Loreti, Di Felice, Allione, De Santis, il rilegatore Gea e il suo amico Cavaliere Civallero e molti altri tuoi “Prefettini di ferro e bontà”, o Superiori e Confratelli. Come cancellare dalla mente quei personaggi forgiatori di uomini ed anche i Professori Naldi e Nocentini, i collaboratori Nando, Corrado, Natale, Enrichetta, l’impresario Virgilio Cappelletti ed il “Fofi” manovale? Hai lasciato anche noi, studentelli del Rivaio a Castiglion Fiorentino o liceali del Fioccardo degli anni ‘60/’70 a Torino. Non mi sono e non mi sarei mai permesso di darti del tu, ma ora lassù ti vedo più padre e meno Direttore e mi sento più figlio e meno alunno. Chi sono, lo sai benissimo e chi sei stato per me ora lo voglio, lo devo ricordare. Mio papà naturale, Giuseppe, venuto al Rivaio il 1° gennaio ’62, ti definì uno sveltone; per un abruzzese sta a significare, uno in gamba, uno bravo. Non potevi essere diversamente, come educatore di giovani virgulti. Tra il Rivaio (1959-1963) ed il Fioccardo (1964- 1967) hai segnato anche

 

la mia vita di adolescente prima, e di giovane poi. Eri talmente amante dell’ordine e della disciplina che, percorrendo i corridoi, ti facevi precedere (e chi non lo ricorda?) dal tintinnìo delle chiavi per non trovare alcunché e alcuno fuori posto. In prossimità delle vacanze ci ricordavi le tue, passate ad Acuto, e gli aneddoti relativi. Come dimenticare le gite ad Assisi, a San Marino, alle Fonti del Clitunno, a Siena, a Bologna, a Genova per il varo della Michelangelo prima, della Raffaello poi, e le stornellate… “Macchinista, macchinista metti l’olio, metti l’olio agli stantuffi…”? Come dimenticare le tue lezioni su Dante e la Divina Commedia o le interrogazioni, ad esempio su Castruccio degli Antelminelli, che non mi desti per buono perché lo chiamai Castruccio Castracane? Come dimenticare le OLIMPIADI sognate e vissute da noi, e quelle  medaglie al collo che ci stimolavano a crescere più forti, più leali? Come dimenticare le sfilate di Carnevale con la filastrocca: ”Carnevale perché sei morto, pan e vin non ti mancava…”? Come dimenticare le valutazioni bisettimanali che erano il nostro terrore quando, leggendo il librone, scandivi: APPLICAZIONE; DISCIPLINA; ORDINE; GALATEO, con il relativo voto? Era tutto un tremare nel prendere nota, temendo di incappare in qualche 5 e nella punitiva privazione del calcio, del gioco alla bandiera o delle gite in pineta, a Villa Apparita, al Poggio, al torrente, a giocare ai numeri, a guardie e ladri. Quanto abbiamo desiderato e vista realizzare la palestra (grazie molto anche al Superiore, padre Buresti) là sull’orto dove prima il signor Natale, col suo “bottino”, coltivava le verdure per noi! Le vacanze alla Contadina, sotto il Sant’Egidio, e tutte quelle vipere chi non le ricorda? E via tutta una serie di memorie: i cori polifonici dell’Est venuti ad Arezzo e ospiti al Rivaio ed i loro S.O.S. scolpiti sui muri; gli scontri calcistici col Seristori ed il loro attaccante “CICUTA”, che sputava sempre, ma era comunque un idolo per noi adolescenti; le passeggiate a tu per tu lungo il viale del Rivaio mentre tentavi di spiegare in modo semplice, a noi adolescenti, i principi essenziali della vita prendendo a paragone l’ape ed il fiore; le musiche diffuse nei dormitori per farci prendere sonno: “Marcellino pane e vino, dormi dormi e non pensar…uno e uno due, due e due quattro…quattro e quattro…questo si vedrà doman…”, e noi tutti precipitavamo in sonni tranquilli e felici. Al mattino con l’Alleluja di Handel tutti in piedi, pronti per la nuova giornata; al Fioccardo, le battaglie per indossare i pantaloncini giocando al calcio e non più quei pantaloni fastidiosi e lunghi (eravamo prossimi al ’68 ormai, e l’aria del cambiamento la percepivamo anche noi mentre ci scorrevano davanti Morandi, Pavone, Celentano i Beatles; le colonie volanti con 600 bambini delle Parrocchie di Torino portati ogni giorno sulle colline di Orbassano e le colonie a Clavière, sul Monginevro, coi ragazzi dell’ENAOLI del Piemonte; le tue istruzioni di guida mentre tentavi di farci capire, scendendo quella ripida discesa del Fioccardo a bordo della 600 blu, il gioco tra frizione, freno e marcia. Tutto questo non c’è più: “Or non è più quel tempo e quell’età”. Ad intristire le rimembranze, la tua dipartita. Quante volte ci hai fatto cantare: ”Andrò a veder un dì, in cielo patria mia, andrò a veder Maria, mia gioia e mio amor…”. Sì, in punta di piedi, te ne sei andato lasciando chi ti ricorderà sempre. Io ho voluto farlo così. Altri lo faranno a modo loro: sono tutti quelli che hai avvicinato ed educato. Come potranno scordarti e non sperare di rivederti: Banelli, Scala, Milighetti, Imbiscuso, Di Giulio, Andreoli, Papagna, Parise, Monterisi, Moreschi, Pasini, Bresciani, Pedretti, Beladelli, Fornara, Corsi, Pasotti, Topini , Di Loreto, Margiotta, Petroni, Ciacci, Croce, Vanni, Neri, Bennati, Bargigli, Vinerbi, Velucchi, Spadorcia, Treccani, Bernardini, Zola, Patruno, Imbrici, Malcangio, Galante, Sandonato, Caldera, Boldi, Damioli, Berardi, Di Giorgio, Palumbo, Airò, Inselvini, Colosio, Bambini, Brilli, Quaresima, Regina, Fappani, Rana, Salafia, Conte, Schianchi, Frappi, Torrano, Di Tullio, Carli, Giani, Falcone, Corini, La Torre, Annucci, Antonacci, Fabiani, Nasorri, Calzini, Marescotti, Tanci, Buscemi, Lupi, Grazzini, Iuliano, Menicucci, Menci, Faralli, Ghetti, Omodei, Bonomi, Fornara, Basagni, Palella, Rubechini, Amoroso, Vizzini, Ricci, Petrucci, Benedetti, Rusconi, Bugatti, Sorsoli, Mazzeschi…e tutti coloro di cui non ricordo il cognome o che non ho conosciuto, ma che ti hanno avuto come “padre”? OMNES ADSUNT, tutti … “Presente !”… nel ricordo di te. Ti ricorderò nelle tue opere e ti rivedrò anch’io… Emilio PIZZOFERRATO figlio tra figli

 

 

 

Pubblicato in Dal libro dei ricordi, Selezione da "Maria" | 1 commento

RIVAIO 1- 9 di Emilio Pizzoferrato

di Emilio Pizzoferrato

RIVAIO 1 – 10 di Emilio Pizzoferrato

1* – RIVAIO : DAGLI ANEDDOTI DEGLI ANNI ’60 DEL “GEA” ENCICLOPEDICO. 13-06-2014. PROPTER EST, EST, EST DOMINUS MEUS MORTUUS EST !!!
Ancheggiante con sottobraccio un “paccone” di libri di testo elegantemente rilegati nella sua “bottega-rilegatoria del Rivaio” EL GEA entrato in classe prendeva posto su quella pedana che per noi studentelli liceali appariva alta come uno scranno del tribunale . Sganciati gli occhialetti spessi e postili sulla cattedra iniziava lo stropiccio degli occhi con le nocche degli indici e terminata tale funzione ci adocchiava e pareva dicesse: ” e ora vi spenno come polli e chi non ha studiato…4 !!!” Quella mattina ci appariva pacioso, ben riposato, iperlalico e puntata verso l’alto la triade destra della mano, pollice indice e medio….. : “oggi niente interrogazione!” e tutti respiravamo profondamente e beatamente. Datasi poi la classica grattatina all’occipite e reinforcate “les lunettes”, come amava definire i suoi occhialetti, con voce stentorea e con occhi sprizzanti di sapere raccontava: ” nei primi anni del 1500 scese dal nord Europa un eminente presule accompagnato dal suo segretario particolare per prendere possesso, fresco di nomina papale, di un Ufficio della Curia Romana. Uno dei preminenti vizietti del Presule era l’amore per i prodotti di Bacco. Trascorso a Roma solo qualche giorno e convocato il suo fido braccio destro lo istruì a modo affinché con circospezione iniziasse la ricerca dei migliori prodotti nell’agro pontino e sui colli laziali dei migliori prodotti appunto di Bacco e trovatili gli fosse fatta comunicazione con una scansione ed un termine particolare: ” ” EST “. Se ” l’amato liquore” fosse risultato oltre l’ottimo doveva essere etichettato puranche: ” EST, EST !!! ” Il segretario particolare in groppa al suo “ciuco” vago’ per tutta la campagna romana e s’inerpico’, come Don Abbondio saliva dall’Innominato, su tutti i colli romani. Trovo’ tanti vini : Cannellino, Frascati, Collaiolo, Vignanello, Aleatico…e ad ogni assaggio comunicava poi a seconda dell’abboccato e della bontà’ : EST oppure EST EST !!! Un giorno giunto in un paesino di “Burini” assaggio’ un vino da svenire per bontà e tornando in tutta furia in Curia comunico’ al suo Presule: “Eminenza…EST, EST, EST !!!!” A Montefiascone il segretario “avvinazzato” aveva trovato ” Er mejo der mejo vino !!! ” che ancor oggi esiste con denominazione EST EST EST. Da quel giorno il Presule fu fedele a quel prodotto da Baccanali e dopo morte ( per cirrosi ?) il suo fido segretario fece apporre come epitaffio sulla tomba : “PROPTER EST, EST, EST DOMINUS MEUS MORTUUS EST ! ”

• Piace a te, Emilio Pizzoferrato, Ilio Palazzi, Marcello Frappi ealtri 3.

Basilio Presutti Rivivo col tuo “narrare” le stesse emozioni perchè il comportamento del Gea era quello che “rimembri”,anche per noi di qualche anno …avanti: nel periodo del mio servizio ispettivo nella provincia di Viterbo son passato più volte per Montefiascone,ho gustato l’EST-EST-EST e ogni volta mi ritornava alla mente quanto ci aveva detto il Gea e tu “narri” con maestria!!!!
13 giugno alle ore 23.03 • Mi piace • 1

Emilio Pizzoferrato
18 giugno
2′-RIVAIO: DAGLI ANEDDOTI DEGLI ANNI ’60 “EL GEA”.

Quel giorno 18. Dopo una serata di calcio mondiale ed un monotono 0-0 tra Brasile e Messico, mi affido a Morfeo in una notte che precede il mio giorno “particolare” 18 ed immaginandola serena come la notte ed il sonno del già citato Principe di Conde’ precedente quel giorno 18 del 1643 e della battaglia sulle Ardenne contro gli spagnoli. Ma così non è stato. Poche ore e….dopo poche ore del neonato giorno 18 giugno 2014 qualcuno da lassù (EL GEA ?) mi strattona e addio dolce dormire ! Non mi succede quasi mai ma in questo mio 18/D-day, si ! Un barbagianni col suo lugubre canto adocchia la luna, un bastardino rincorre nella notte latrando un topo di campagna, il camion della raccolta differenziata rumoreggia la’ sulla strada svuotando cassonetti pieni di bottiglie di vetro e plastica ed io ancora col mio indice convalescente e con le fresche prime ore pre-alba torno a ticchettare sull’Iphone col medio “rimembrando “EL GEA” come fosse ieri !………………………………….. Il giorno 18 giugno oltre ad essere il “mio giorno” più caro mi fa tornare alla mente ben tre 18 giugno del Rivaio: 1958-1960. Quel 18 giugno 1958 il prefetto Stefano Principiano cortesemente mi affido’ un faticoso compito. “Ecco Emilio”, mi disse “il battipanni e 70 coperte… batterle in terrazza e riporle ben ripiegate e con dentro due tre palline di naftalina nel guardaroba !!! ” non vi narro i sudori su e giù per le rampe delle scale tra terrazza e dormitorio, ma così fu pur avendo fatto presente che quel 18 giugno era il mio…e lui freddamente da buon piemontese: ” beh così lo ricorderai meglio !” Un altro 18 giugno dell’anno seguente con in spalla materassi, coperte, cuscini, alimenti tutti noi “piccoli” delle medie col Prefetto Di Felice su per un accidentato e sassoso sentiero dove passava a malapena un mulo o un cristiano e tutto in spalla verso la Contadina, un cascinale in mezzo al bosco sotto il Sant’Egidio per le nostre vacanze cola’ !!! Ma quel 18 giugno 1960 del GEA !!!???!!! Si, mi direte, bla bla bla…c’erano le Olimpiadi a Roma! Ma si, ma non vi racconterò dei Giochi ma di ben altro!! la solita campanella agitata dal Caldera suona, tutti in classe, silenzio tombale ed entra ??? EL GEA !!! In piedi e tutti noi, testa a 90 gradi ad adocchiare il porta sentenze del compito in classe di latino da noi sostenuto alcuni giorni prima. Dalla strana deambulazione del GEA mentre entrava e si avviava verso la cattedra, preannunciava poco di buono, Ricordate quel brano del Manzoni della peste a Milano ?……. “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli uscì…la sua andatura era affaticata ma non cascante…. Ecco EL GEA pareva la mamma di Cecilia ! Triste, testa bassa, col fagotto di fogli protocollo dei compiti in classe piegati a quattro ante, si trascinava avanti e ci guardava di sottecchi ! Ohibò….che sarà mai successo? Ci chiedevamo mentre come segugi oculari accompagnavamo il suo assidersi in cattedra. Dataci un’occhiataccia con fare nervoso squinterna quei fogli, ne pesca molti ed agitandoli ci preannuncia: ” tutti questi non arrivano al voto tre !!! ” e poi stizzito e con occhi furenti conclude e….ad uno di voi non ho dato ZERO… ma META’ – ZERO !!!! Alcuni giorni prima il compito in classe di latino verteva su due brani : CICERONIS HORATIONES IN CATILINAM, LIBER I* e LIBER II*. Le frasi incriminate e mal tradotte dal “Costui” di turno che aveva come voto mezzo zero erano; 1) QUOUSQUE TANDEM ABUTUERE CATILINA PATIENTIA NOSTRA ? 2 ABIIT, EXCESSIT, EVASIT, ERUPIT !!! Lo scadalo che aveva fatto infuriare EL GEA era nella traduzione della seconda frase che taluno ( e vi risparmio none e cognome ! E non ero assolutamente io ! ) aveva così e “ad sensum” diabolicamente tradotto…….. CATILINA ANDO’ AL CESSO E RUPPE IL VASO…!!!!!! EL GEA preso da livore volle scaricare la sua tensione nervosa sciorinando frasi scomposte e pesanti : “ma per la dirindindina come e’ possibile tradurre in questo modo ???” “Qualcuno di voi qui mangia il pane a ufo !!! ” non si conteneva più ormai… Si detergeva i sudori, passava dal pallido al paonazzo…ticchettava i sandali sulla pedana ma poi si calmo’ e volle terminare con un rattoppo storico e dotto rivolgendosi al malcapitato tra il serio ed il faceto : caro mio cittino grullo….ma come poteva Catilina andare al cesso e rompere il vaso se i “vespasiani furono inventati dall’omonimo Imperatore successivamente ? Tutti noi sbottammo in una fragorosa risata liberatoria ed EL GEA come tutti i salmi finiscono in gloria ci ricordo’ la ultra famosa frase di Vespasiano : ” PECUNIA NON OLET” frase pronunciata dopo che agli artigiani del tempo che gli chiedevano di “prelevare dai vespasiani il contenuto liquido ” per le loro lavorazioni, aveva imposto una tassa dicendo appunto che il denaro non maleodorava ! Quel 18 giugno 1959, giorno del mio terzo lustro, gli altri due e questi ricordi miei, sono rimasti qui nel subconscio per altri 11 lustri e mentre il sole fa capolino schiacciandomi un occhio e dicendomi happy (!!!) io ho voluto raccontarlo e con Manzoni concludo così questa rimembranza : ” se non vi e’ dispiaciuta affatto , vogliatene bene a chi l’ ha scritta…ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta ! ” Foto sotto:,EL GEA ECCLETTICO ed io nel mio terzo lustro compiuto al Rivaio quel 18 giugno….!!!!

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Alberto Damioli Anche oggi è il 18…il tuo numero, il tuo compleanno. Sinceri auguri!!!!!!!
18 giugno alle ore 8.35 • Mi piace • 1

Sergio Casi Ottimo esordio per il nuovo anno dopo i 14 lustri (questo “pezzo” lo stampo e spedisco per posta al mio amico Enzo Brandini con il quale proprio ieri per telefono abbiamo parlato del Gea )
18 giugno alle ore 8.46 • Mi piace • 1

Marcello Frappi scusa emilio, ma hai scritto qualche libro?? perchè se lo hai fatto vado subito a comprarlo… è splendito leggere i tuoi pezzi…. buona giornata
18 giugno alle ore 8.59 • Mi piace • 1

Emilio Pizzoferrato Caro Marcello purtroppo no libri ma tanti racconti e diverse poesie ! Ricordo una poesia scritta per una ragazza amica di mia figlia Enrica mai conosciuta e vista solo per un paio di minuti, solo il tempo delle presentazioni la’ presso La Ghirada di Tr…Altro…
18 giugno alle ore 9.15 • Modificato • Mi piace • 1

Emilio Pizzoferrato Grazie molte Marcello per i tuoi apprezzamenti e la tua costante lettura dei Racconti del Rivaio , spero di meritarlo sempre.
18 giugno alle ore 10.01 • Mi piace

Basilio Presutti Se vai al gruppo “amici di P.Buresti” trovi la mia risposta ed AUGURI!
18 giugno alle ore 12.09 • Mi piace • 1

Emilio Pizzoferrato
29 giugno
3′- RIVAIO: “EL FOGLIA ROBERTO apprendista esorcista”. 1.a parte.

A parte la desueta stagione di questo inizio estate 2014, fatta di continue escursioni termiche 17-32 gradi e di improvvisi e letali temporali per le colture, quassù in Veneto esiste purtuttavia una tramandata ed atavica esperienza meteorologica degli agricoltori che li mette in allerta ed in ansia in particolar modo tra il 24 ed il 29 giugno in quanto in questo periodo cirri, nembi e grigia nuvolaglia si accumulano sopra questi cieli preannunciando “malatempora” per vigneti, frutteti, campi di mais e di soia. Tra il 24 ed il 29 dunque, festività di San Giovanni prima e dei Santi Pietro e Paolo oggi, tra timori e preghiere anche quest’anno e soprattutto in questo pazzo anno “Juppiter tonit” (oso tradurre per i non latinisti: Giove , tuona ! E se tuona !?! … Fulmina, grandina, soffia in compagnia di Eolo ! Ed io bombardato da una vicina saetta precipitata nei paraggi di casa vengo anzitempo svegliato! La’…sulla sponda del letto in basso siede lui col suo indice destro “ninnolante” a mo’ di pendolo da orologio…mi stropiccio e ristropiccio gli occhi: ” e’ lui o non è lui ?” Arcano non e’….e’ lui, P. Foglia Roberto col dito che rimprovera ma col sorriso che mi rassicura. “Caro Emilio, sono solo tre anni e mezzo che non ci vediamo dato che il buon Dio ha voluto che ormai cambiassi Casa ma tu mi hai riposto nell’oblivione più’ profonda o mi sbaglio? Lassù tutti leggiamo i tuoi racconti con tanto piacere ma vedo EL BURESTI ed EL GEA che sono orgogliosamente in testa alla classifica ! ” Di fronte a queste esternazioni io sotto le lenzuola pur essendo in mutande mi sento maggiormente “in mutande” specie di fronte a quel ninnolare del dito indice e non proferisco verbo, preso così alla sprovvista. Abbasso il capo e farfuglio qualche frase monca cercando giustificazioni come uno studentello interrogato ma che non ha studiato. Cerco di rabberciare qualche giustificazione…”ma dai Roberto, ma si’, qualche “osina” (e lo pronuncio alla toscanaccia maniera) ho raccontato di te ma se mi dici che lassù EL BURESTI ed EL GEA “gongolano” cercherò di riparare ed aggiustare la classifica !!! E mentre a testa bassa e distonico per la cosa mi arrabatto in cerca di ulteriori giustificazioni, Juppiter scarica una gragnola di lampi e fulmini in questo giorno di San Pietro e Paolo e di buon mattino. Preso da agitazione e timore per una imminente grandinata rialzo la testa e la’ in fondo al mio letto…non c’è più EL Foglia ma una rosea tronfia nuvoletta dalla quale fuoriesce un noto inno che noi “ragazzacci” al Rivaio ogni mattina prima di colazione e delle lezioni, li in chiesa mentre veniva scoperto l’affresco della Madonna cantavamo… “Maria Mater Gratiae, Mater misericordiae, tu nos ab oste protege et mortis hora supplice…Iesu tibi sit gloria qui natus es de Virginae, cum Patre et almo Spiritu in sempiterna saecula (chiedo venia se la mia memoria ha immesso qualche refuso non voluto !). PS. Auguri a tutti i Pietro, Piera, Piero, Paola, Paolo che avranno la bontà e la pazienza di leggermi! Auguri !!! Qui sotto 10 anni fa !!!(?) a Malosco Tn) al raduno degli Ex del Rivaio: da sinistra mia figlia Enrica, mia moglie Giovanna, EL FOGLIA ed io.

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Giovanni Nasorri Guardare questa foto mi si stringe il cuore, le persone rappresentate sono una parte importante della mia vita che non posso mai dimenticare Auguri rinnovati a mamma Enrica.
3 luglio alle ore 17.41 • Mi piace • 1

Emilio Pizzoferrato
15 luglio • Modificato
4′ – RIVAIO. ” EL FOGLIA ROBERTO . 2.a parte: apprendista esorcista.

Uno di quei giorni Castiglionesi del ’58 di inizio primavera quel gigantesco ed infuocato sole s’affogava oltre la Val di Chiana e la Maremma volgendo al tramonto si subissava nel Tirreno. I chirotteri con quel volo lugubre si stagliavano nella imminente buia calotta celeste notturna a caccia di insetti e noi “apostolini”, preso posto sulle panche fiancheggianti le lunghe tavolate di quel refettorio con soffitto con arco a tutto sesto, attendevamo che ci “ammannissero” la cena e tra un languorino serpeggiante nel vuoto addominale ed un attimo di catatonia con la mente che volava in ognuna delle nostre case lontane col pensiero volto ad ogni nostra mamma, ci prendeva quella tristezza che ben descrive per altri fatti in una bella parafrasi Dante nel Canto VIII’ del Purgatorio mentre discende con Virgilio e Sordello: “…era già l’ora che volge il disio ai naviganti e’ntenerisce il core, lo di’ ch’han detto ai dolci amici addio…” Presi da queste tenerezze si attendeva lo scodellamento della cena ed a seguire le letture che tutti noi in un primo silenzio udivamo pronunciare da quel ragazzetto un po’ più grande di noi EL RUBECHINI BRUNO figlio del Nandino, brani ora tratti dalle Agiografie dei Santi, ora dal libro di’ Giovanni da Verrazzano ALLE FOCI DEL FIUME HUDSON, ora invece brani del libro autobiografico di Giulio Bedeschi CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO. Ma prima di tutto questo “modus faciendi” che puntualmente iniziava alle 19.30 di ogni sera dell’anno scolastico, alle 19 in punto invece si reiterava la famosa e classica conferenza che a turno veniva presieduta ora dal Direttore Pietro Necci, altre volte dal Superiore Arturo Buresti e spesso dal Padre Spirituale Roberto Foglia. Quella sera d’inizio primavera entra nel grande studio EL FOGLIA con passo spedito e noi tutti sull’attenti dopo quel rumoroso colpo di mano scaraventato sul banco dal monitore Carli. EL FOGLIA bello altino ed arrampicato sulla pedana della cattedra con voce solenne e bassa, con mano a palmo in giù ed a noi rivolta ci comunica: “seduti !” Pochi attimo dopo aggiunge: ” stasera, cari miei ragazzi non vi parlerò di cose spirituali ma vorrò’ raccontarvi di una mia esperienza vissuta qui al Rivaio….!” Tace qualche attimo e lentamente scandisce: “vi parlerò…del Diavolo…! ” quasi tutti tratteniamo il respiro al punto da sentir volare nello studio una mosca e da fuori pervenirci il fruscio dei pipistrelli cacciatori !!! Alcuni di noi presi da tremore alzano la mano chiusa ma evidenziando l’indice ed il medio e con l’assenso di EL FOGLIA conquistano i vicini servizi igienici !!! Ottemperato alle necessità fisiologiche ed al rientro di costoro EL FOGLIA siede e con quella sua tradizionale cerimonialita’ si sgancia quel suo orologio tenuto da quelle maglie d’acciaio che con cura raggruppo creando un “montarozzo” che faccia ben vedere l’ora per essere puntuale alle 19.30 ora della cena, avvia quel suo racconto sul Diavolo e su quell’esorcismo al quale lui aveva chiesto ed ottenuto di assistere. Ed io 56 anni dopo ve lo racconterò nella 3.a ed ultima parte su EL FOGLIA esorcista apprendista !

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Emilio Pizzoferrato
26 luglio
5′ RIVAIO. FOGLIA ROBERTO 3.a parte. ApprendistaEsorcista 26.07.2014.

I cubetti di porfido della piazza bollivano quel 26 luglio dei primi anni ’50. Mia nonna, capelli raccolti sotto un rimboccato fazzolettone sul capo, con gonna a campana plissettata e lunga fino agli stinchi, corpetto stretto a nascondere le femminee forme, presami la mano , e non avevo l’età maggiore di quella , mi portava nel tardo pomeriggio con se’ nel grande santuario cinquecentesco della Madonna della Libera di Pratola. Strada facendo mi spiegava che quel giorno era la festa della nonna di Gesù. Alla mia domanda:”come si chiamava?”, la sua convincente risposta era: “Anna, Sant’Anna !” E giunti all’interno del Santuario passavo dal bollore del calefaciente sole ai brividi del freddo di quel mastodontico monumento sacro , esternamente litotonico e roccia carsica e dentro stucchi, cupolone, archi a tutto sesto e colonnati in rococò. Seduti a destra dell’altare maggiore, posto riservato alle donne (mentre gli uomini dovevano prendere posto nella parte sinistra dei banchi, mi faceva sedere vicino a lei e quel crocchio di donne della terza e quarta età precedute dagli accordi dell’organista P.Pietro Gentili davano sfogo alle corde vocali cantando dialettalmente a modo proprio un inno-ouverture: Sant’Anna BENERETTA (benedetta) la MARE (madre) dI Maria, dacci la MENDA (mente) schietta e i lumi PE’ CAMBA’ (per campare). Nel ricordare questo momento a me molto caro fino alla commozione, mi fa da contrappunto questa pazza estate che tra “bombe d’acqua e 17-19 gradi di minima qui al Nord mi sollecita e mi ispira a raccontarvi la terza parte mancante del FOGLIA APPRENDISTAESORCISTA soprattutto questa sera che tra lampi e tuoni par d’esser nella casa del Diavolo ! Raccontavo nella seconda parte che il Foglia assiso e cattedratico aveva appena preannunciato che ci avrebbe parlato del Diavolo…o meglio di aver presenziato ad un esorcismo al Rivaio e di aver assistito alle manifestazioni ed esternazioni sataniche di Belzebu’ attraverso il corpo di un giovane posseduto appunto. Tutti noi orecchie dritte come volpi in un silenzio di tomba nel grande studio dei “piccoli” pupille dilatate, labbra tese, chiuse e leggermente prominenti attendevamo l’arcano racconto. Prima che EL FOGLIA proferisse verbo, tra me e me ritornavo con la mente al FOGLIA ben diverso da quella veste, da quella parte che stava per recitare e da lui assunta quella sera. EL FOGLIA era per noi un confessore, un infermiere, un maestro di musica e direttore di coro, un professore di francese e a proposito di francese come non ricordare gli scioglilingua del paese di Asterix, Obelix, Vercingetorige che ci insegnava ? 1) LA MERE DU MAIRE EST ALLEZ A LE MER AVEC SA MERE (la madre del sindaco e’ andata al mare con sua madre). 2) CENTSOISSANTESIX SAINTS SANS SANG ET SANS SENS SONT CENTSOISSANTESIX SAINTS….??? MORTS !!! (166 santi senza sangue e senza sensi sono 166 santi morti !!!). Ma quella sera c’era poco da ridere e da francesizzare, EL FOGLIA avrebbe parlato di Satana, di un suo posseduto, di un esorcista delegato da Monsignor Cioli, Vescovo di Arezzo e di se stesso (EL FOGLIA) autorizzato ad assistere per la prima volta in quegli 8×5 (?) della sacrestia del Rivaio ad un Esorcismo!!! QUI SOTTO: m’è caro allegare una delle ultime immagini di P. Roberto Foglia tratta da un mio DVD realizzato in quella festa raduno di ex al Rivaio in quel giugno 2009. A fine dicembre di quello stesso anno se ne torno’ in Cielo !
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Emilio Pizzoferrato
2 agosto • Modificato
6′ RIVAIO EL FOGLIA ROBERTO APPRENDISTAESORCISTA 4.a Parte 02.08.1962/02.08.2014.

Quel due di agosto di quel ’62, ben 52 anni or sono (!!!) ero in vacanze tornato dal Rivaio a fine giugno e mi vedeva elegantemente vestito di un serioso completo blu’ sopra una camicia e cravatta, ciuffo accattivante e frastornato dal brulicare dei parenti , dalla marcia nuziale del Mendelssohn sparata dalle mille (?) canne dell’organo del Santuario di Pratola mio paese natale e dal si’ condito da calde lacrime della mia sorella maggiore sposa. Nel settembre lo Sputnik 4 (prototipo dei viaggi spaziali) tentava di rientrare ed ammarare. Noi invece rientravamo al Rivaio per l’anno scolastico che puntuale il 1′ ottobre ci avrebbe visto tutti in classe ed io al ginnasio. Vedere poi quell’11 ottobre, in televisione bianco e nero per ore quella navata centrale in San Pietro piena di Cardinali , vescovi, monsignori, abati, superiori di comunità, tutti al “porta aperiatur” del Concilio Vaticano II’ a quasi 100 anni dal primo….ebbene per me, allora ragazzo ancora adolescente, tutti questi ed altri avvenimenti sono rimasti impressi quasi marchiati. In “cauda” di tutti questi ricordi uno in particolare permane di quell’ottobre al Rivaio, EL FOGLIA APPRENDISTA ESORCISTA !!!……… Era lì EL FOGLIA giovane prete , in quella sagrestia a sinistra dell’altare maggiore, il cielo era crepuscolare ed i primi bagliori di luce penetravano dalla finestra mentre il frizzante fresco del mattino s’accompagnava alla rugiada caduta nella notte e luccicante sui prati. Il sole autunnale s’era appena affacciato sui vicini appennini ed avviava il suo quotidiano angolo piatto dando orizzontalmente luce e colore alla Val di Chio, al Cassero, al Castello di Montecchio ed alla Val di Clanis (Chiana). A questo punto cari amici e fidi lettori immaginatevi che EL FOGLIA vi racconti in diretta ciò che accadde quel mattino presto d’autunno e che a noi raccontava quella sera alle 19 nella conferenza che precedeva la cena…. : “…ebbene ragazzi, mi ero svegliato all’alba, scosso da quella gracidante sveglia che col batacchio percuoteva la calotta metallica. Lavarmi, indossare la tonaca ed a stomaco vuoto conquistare le scale a due a due verso la chiesa e la sagrestia mi faceva credere di essere una gazzella. Era la mia prima esperienza impatto con un esorcismo e con un indemoniato posseduto da Satana ! Avevo ottenuto il permesso dal BURESTI di assistere a tale inspiegabile fenomeno al quale non credevo se non per aver sentito raccontare da altri. Ero arrivato per primo in sagrestia e nell’attesa del Padre esorcista che svolgeva tale funzione autorizzato dal Vescovo di Arezzo Monsignor Cioli, mi gingillavo tenendo in mano il secchiello dell’acqua santa indispensabile con un crocefisso per la seduta e tenendo il naso quasi schiacciato sul vetro della finestra ammiravo il panorama che mi si appalesava fuori in un’alba dorata ottobrina. Fantasticavo per ammazzare il tempo dell’attesa e buttando l’occhio al Cassero e poi più in la’ al Castello di Montecchio Vesponi mi chiedevo…chissà’ quante donne, ritenute possedute o streghe demoniache, ne avranno arse vive sotto quei torrioni simboli medievali ! Ma alcuni sicuri e vetusti passi mi fanno ripiombare nella realtà ed eccolo…il Padre Esorcista, un breve saluto , s’appropinqua ai paramenti già pronti ed indossate cotta e stola con l’indice all’in su ricurvo e rivolto a me mi fa cenno di collocarmi alla sua destra. Una mezza dozzina di secondi e pervenutomi il rumore di più passi dalla chiesa….in un battito di ciglia eccoli entrare in sagrestia lui corpulento e canuto, rubizzo in viso e mani con dita poco affusolate che sorreggevano un ragazzo oltre la ventina magro, scarno e pallido da parermi un cencio. Pupille dilatate e bocca semiaperta da sembrare priva di muscoli facciali. Un breve loro cenno di saluto ed il Padre Esorcista subito ad indicare loro la posizione da prendere. Il papà col cappello in mano da una parte ed il figlio li’ al centro. Aperto il breviario l’Officiante con voce altisonante e salda da’ la stura ad una serie di preghiere preambolo, rigorosamente in latino anche se in quel fine anno ’62 il latino nella media unificata avrebbe iniziato a non essere più obbligatorio! Io fungendo da accolito iniziavo ad agitarmi e per mostrare una certa “no challance” iniziavo a manipolare l’aspersorio che affogato nel secchiello mi pareva una cipolla bucherellata col manico rugoso. D’improvviso ripiombo nella realtà nel percepire la mano del celebrante di quel rito che, afferrato l’aspersorio, lo innalza per irrorare di acqua santa l’antistante ragazzo che di fronte a questo gesto e dopo essersene stato buono buonino…inizia a contorcersi, a strusciare per terra come serpe, a gridare sbavando ! Ho paura, mi tremano le mani in sintonia col secchiello a tal punto da far fuoriuscire e cadere buona parte dell’acqua benedetta. L’Esorcista terminata la prima parte del rito riscaraventa l’aspersorio nel mio secchiello ormai semivuoto ed afferrato un appariscente e ligneo crocifisso lo avvicina al viso del posseduto ed elevando maggiormente il volume della voce ed in latino scandisce la frase che manderà su tutte le furie quel Belzebu’ introiettatosi in quel povero ragazzo: “SATANA ESCI DA QUESTO CORPO !!! “….Cari ragazzi miei (ci raccontava EL FOGLIA quella sera) non mi crederete ma di fronte al Cristo crocifisso quell’indemoniato inizia a levitare a metà altezza lambendo le pareti della sagrestia e bestemmiando in diverse lingue a me assolutamente non note ! Al secondo gesto col Crocefisso e con la ripetizione della frase ESCI DA QUESTO CORPO, il povero posseduto piomba a terra e con lo scorrere delle bave alla bocca rimane immobile per un po’. Riposto il Crocefisso, l’Esorcista gli si avvicina ed osservatolo lo aiuta a risollevarsi. Il papà rimasto muto ed esterrefatto si presta ad aiutarlo nel rimetterlo in piedi e con un buffetto dato al ragazzo ed un “arrivederci alla prossima” rivolto al papà li accompagna fuori della sagrestia ed a me tremolante, rivolto con un pacato sorriso rassicurante chiede : “paura…?” Logica consequenziale mia risposta: “tanta !!!” E lui concludendo: “vedrai che alla prossima non ne avrai più ! ” Scendendo verso il refettorio per la colazione annunciata dalla solita campanella agitata dal bresciano Caldera il Padre Esorcista mi faceva edotto: “vedi caro e giovane Padre Roberto non è facile scacciare il demonio da un posseduto e l’esorcismo va ripetuto più e più volte prima di raggiungere un qualche risultato ! E discorrendo L’Esorcista ed EL FOGLIA APPRENDISTA ESORCISTA si accodavano a noi “cittini” e “ragazzacci” che ignari del tutto ed in fila per due andavamo a prendere posto per la colazione di quell’ottobrata chianina al Rivaio ! Come dice quell’ablativo assoluto che studiavamo col GEA ??? SIC RELATA REFERO ( come mi e’ stato raccontato riferisco, racconto !) PS : Sotto m’e’ caro riproporvi la foto di EL FOGLIA e del Castello Vesponi, foto richiesta e fattami avere premurosamente da Mario Ardenti che ringrazio. Buon ferragosto a tutti !!!

7′ RIVAIO, anno 1960. EL FIGARO/TONSOR 1a pars 11.08.2014.

Appena mostrate le parti corporee scopribili ad un sole inaffidabile eccoci di nuovo in fuga correndo al riparo da temporali se non nubifragi di questa inusitata e pazza annata di ” Juppiter pluvio “. E che faccio? Invado Pc ed Iphone dei miei fidi amici lettori e/o ex del Rivaio per raccontare un altro momento di quell’anno Castiglionese del 1960……………………… Qualche lettore, adocchiando il titolo del mio ulteriore racconto, forse non intuirà, almeno in parte, il motivo di quel titolo come anch’io in quel settembre 1967, giunto a Treviso non comprendevo termini che mi risuonavano e mi apparivano “ostrogoti” : BASI, BISI, BUSI, BESSI, BOGOI, BRENTANA (BACI, PISELLI, BUCHI, SOLDI, LUMACHE, TEMPORALE proveniente da est dal fiume Brenta). Ebbene, tutti e facilmente, leggendo intuiranno che Figaro era un noto ” Barbiere di Siviglia” ma che un TONSOR o BARBITONSORE fosse a tutti noto molto meno. Il Rivaio, per chi non conosceva bene l’architettura di quella struttura e di chi vi operava, appariva come un Palazzone, un Collegio, un Seminario dove coabitavano molti “cittini e ragazzacci” con un po’ di preti Insegnanti e delle Suore con doppio incarico di cuoche e sarte…ma il Rivaio era una struttura ben più complessa ed organizzata: un Superiore (EL BURESTI), un Direttore (EL NECCI), un Economo ( EL MESSORI senior), un Confessore/Infermiere/Maestro di musica/Insegnante (EL FOGLIA), un Mastro/Rilegatore/Insegnante (EL GEA), i professori interni (EL FALETTI, EL DE SANCTIS, EL MACCARINI, EL DI FELICE, EL ALLIONE, EL BALLARIO, EL FUCINI, EL LORETI, EL PRINCIPIANO, EL GALLORINI, EL BUCCELLETTI, EL RICOSSA) ed esterni (EL NALDI disegno e educazione fisica, I fratelli NOCENTINI MARCELLO e LUCIANO matematica , EL DON GINO da La Nave, Religione … I Dottori e Medici ANGORI e BRUNORI ) ma i collaboratori erano anche altri : EL Virginio Cappelletti impresa, EL Nando e EL Corrado in refettorio, EL Natale nell’orto e giardino , La Enrichetta per le pulizie, e gli esterni EL FILICINO per la ferramenta , EL MAGGI per le auto, EL FABIANELLI per la pasta …) e tra tutti questi esimi magari ultimo “fra cotanto senno” (vedasi Dante sesto con Platone ecc.)come poteva mancare EL FIGARO /TONSOR o BARBITONSORE ????? E COME SI CHIAMAVA…?? MI CHIEDERÀ QUALCUNO !!! “Qui si parrà’ la tua nobilitate ! ” mi dirà qualcuno di voi alla stregua del versetto di Dante. Ma gridate pure il vostro BUUUUHHH… non lo ricordo come nome però il viso si’ ed ho tentato di raffigurarlo qui sotto, ma mi frulla nei meandri del mio nutrito subconscio che si chiamasse MARCELLO o SERGIO !!!……. Bando alle ciance ed ebbene … correva un pomeriggio “more solito” al Rivaio e li’ in quello studio dei PICCOLI vigeva un silenzio tombale ed io come molti con le mani avvolgenti la fronte, gomiti puntati su quel nero banco di legno col piano inclinato a 20/30 gradi verso le parti sternali e diaframmali-peritoneali, occhi puntati su di un testo di letteratura latina tentavo di decriptare una storica citazione: “GRAECIA CAPTA COEPIT VICTORES”, che con traduzione “ad sensum”era come a dire: La Grecia sconfitta bellicamente dai Romani fece prigionieri (in arte-cultura-filosofia) gli stesso vincitori. Intento alla decodificazione del testo, in un primo momento, non mi accorgo che qualcuno con mano ferma ed insistente mi batte a metà dell’ulna destra richiamando la mia attenzione . Libero la testa dalla morsa delle mie mani e li’ ad un soffio di narice scorgo il pollice verso a 180 gradi del prefetto Di Felice che, proferite tre parole: “tocca a te”, mi indica la grande vetrata dietro la quale sulla destra una porta conduce in una sala biblioteca-ripostiglio e verso la quale, dopo aver riposto il mio testo scolastico nel fondo di quel banco sollevandone e poi richiudendone il piano -coperchio, mi avvio grattandomi coi polpastrelli la parte posteriore del collo non perché abitassero sul mio cranio linei o fossi affetto da pediculosi (cosa che a volte per qualcuno accadeva) ma per una “operazione” mensile poco gradita a noi “cittini” rampanti e recalcitranti come “puledri”. Obbediente comunque all’ordine mi avvio la dietro quella porta indicata! Arrivederci ah no…a rileggerci nella 2.a pars e….gaudete nelle FERIAS AUGUSTALES !

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Sergio Casi Ottimo! Sei sempre in forma!
2 agosto alle ore 8.50 • Mi piace • 1

Basilio Presutti Emì, sei sempre grande:riesci non solo a raccontare, ma a far rivivere l’episodio alla manzoniana maniera.Così è per me che non ero con voi !! Auguri ricambiati con affettuosità!!!
2 agosto alle ore 11.35 • Mi piace • 1

Basilio Presutti grazie,dimenticavo di dirtelo e te lo meriti!!!
2 agosto alle ore 11.36 • Mi piace • 1

Sergio De Meis Bravo Emilio, sei grande! Io mi ricordo Padre Foglia senza pizzetto,.. era più giovane..
4 agosto alle ore 23.36 • Mi piace • 1

Emilio Pizzoferrato
14 agosto • Modificato
N.8′ RIVAIO 14.08.2014. EL FIGARO/TONSOR 2.a pars.

Ordunque, levatomi da quel banco dello studio dei PICCOLI dopo quelle tre semplici parole, ma a noi note, “tocca a te!” del Di Felice, Prefetto tutto d’un pezzo (bensì magro all’osso!) mi avvio mogio, mogio verso quella porta a destra dietro la vetrata mentre mi immagino attore e mi risuona nelle orecchie quell’incipit delle Bucoliche Virgiliane; “ite meae, ite capelllae…” (Andate oh mie…andate caprette!) e più che capretta, mi sentivo pecorella da imminente tosatura ! Avete presente un galletto con svettante cresta in un pollaio e che si pavoneggia a testa alta emettendo un suono onomatopeico koookoookoookooo !!!! Ebbene dopo “il servizietto del TONSOR” ne sarei uscito come tutti, trasformato in pulcino pio-pio-pio o se vi aggrada come pecorella implume o tosata a quasi zero. La migliore psicologia dei nostri tempi recita al riguardo sentenziando che tale operazione tonsorica arreca danni definiti come CASTRAZIONE PSICOLOGICA DELLA PERSONALITÀ ! Ebbene entro in quella stretta stanza e la’, prossimo alla luce che immette la finestra, con un bianco ed immenso telo in mano lui… (Marcello? Sergio?)…lo chiamerò Marcello che ci faceva visita ogni 1-2 mesi , con un sorrisetto compassionevole e comprensivo mi mostra la mano che indica quell’alto sgabello da tonsura imminente. ”
Testa bassa, pensieroso mi accingo a salire “in trono” mentre recito a me stesso quel bel verso manzoniano su Ernengarda : “…sparse le trecce morbide sull’affannoso petto…!”, anche se noi “cittini o ragazzacci” contrariamente ad Ermengarda potevamo vantare al massimo un ciuffo, una zazzera copricollo, una frangetta effeminante…! Erano appena nati i famosi, da noi denominati, Scarafaggi ( Beatles) in quel 1960, anno dell’Oscar della “liretta italiana”, e del meno noto EL BASAGNI LEOPOLDO (mio compagno di classe da Montagnano) “invasato” dell’OAS ALGERINO bestia nera del Generale-presidente francese Charle De Gaulle. Ben presto i miei folti ed abbondanti capelli si sarebbero chinati e stramazzati al suolo nell’incrocio di forbici e macchinetta dentata ad alzo zero in barba ai Beatles! Ma giunte le mani scongiuro EL MARCELLO di essere poco “falciante” con me e lui, sorrisetto tra il serio ed il faceto annuisce, mi imbavaglia stringendo dietro il collo quel niveo manto profumato di cipria Paglieri e sbuffando come vaporiera a me intorno, avvia l’operazione tonsura ! Zac, Zac, Zac e poi crt crt crt e tra uno Zac di forbici ed un crt della macchinetta mi perviene dietro collo una zaffata Eolica tra il tiepido e l’umido delle gote rigonfie d’EL MARCELLO che per lesinare sui tempi non usava quella bella sua spazzola a pelo bianco-morbido, nooo…! Mi soffia, mi alita sul collo! Lascio a voi le divagazioni fantastiche su’ questa inusuale (?) ripetuta operazione. Il tempo fugge e la fine dell’opera è prossima. Giunto il momento del rasoio taglia peli fondo collo e della nuvoletta della bianca e profumata polvere Paglieri, io trepido nell’attesa che EL MARCELLO mi proponga quel suo specchio portatile e farmi mirare il tocco da Figaro approntatomi. Beh, beh esclamo, e vi assicuro cari amici lettori che non si trattava di un mio “belare”…quella “furba bestiaccia d’EL MARCELLO” aveva assecondato i miei “desiderata” e come Narciso fantasticavo di essermi trasformato in un Livio Berruti che in quel 1960 aveva stravinto a Roma la sua Olimpiade anzi mi sentivo e mi immaginavo perfino quell’amato ed ammirato
neo eletto presidente d’America, JF Kennedy !!! I risultati di quel taglio li potete ammirare nella mia foto sotto a destra durante una premiazione di una gara olimpica vinta al Rivaio , quel diavolaccio d’EL MARCELLO più che TONSORE O FIGARO si era trasformato in novello Michelangelo scultore abbinando una sfumatura alta ad un ciuffo alla Re Davide mentre spesso per altri non usava lo stesso guanto bianco tranciando i capelli quasi a zero e lasciando un ciuffetto alla Re Umberto sul davanti. (Si veda l’altra foto la prima a sx). Et dulcis in fundo a conferma dei ricordi di una parente del caro Amico Mario Ardenti tramandatigli , un anno un nostro compagno fu letteralmente castigato e rapato a zero su ordine del Padre Spiriruale EL FOGLIA ROBERTO solo perché costui fornito di pettinino lo estraeva ad ogni piè sospinto ed a dismisura dalla tasca posteriore e si “leccava” con mani e pettinino la nera chioma! Era il Pasini da Brescia? Forse ! Ed ora stop e domani che siano FERIAS AUGUSTALES o meglio FESTA DELL’ASSUNTA, (onomastico di mia mamma che è in cielo da 10 anni) e vi auguro ogni bene che estenderete ai vostro cari e parenti. Ciaooo al prossimo ricordare e vi raccomando un imperativo categorico MEMENTOTE OMNES… RIVAIO !!!

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Basilio Presutti Memento memento Emilius et tu …memento mei!Si in Rivaio est redeantur!!!!
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Basilio Presutti pardon…redeandum!!!oppure…redituri sumus!!!!!
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Emilio Pizzoferrato
27 agosto alle ore 9.38 • Modificato
N.9 RIVAIO il 26.08.2014 … STORIA DI QUELL’ARMATA BRANCALEONE PRATOLANA ANZI PELINA, PIOMBATASI AL RIVAIO tra il 1945 e 1960……(tema suggeritomi dall’ormai Pratolan-Romanaccio Basilio Presutti!) …e sarà lunghetta ergo faccio apppello alla vostra pazienza. 1.a parte……

. E’ quasi l’ora di riassettare i bagagli, mettere in moto questo “aereo” di Toyota Rav4 nuova di conio e imbroccare la strada che ci riporti verso il Nord, lasciando alle spalle Majella, Morrone, Velino, Gran Sasso…e quella valle dei Pelinii ricca anzi ridondante di storia romana e pre…e, chiedendo venia ricca anche dei miei primi 13 anni di vita qui vissuta e spesa poi altrove ed ancora da spendere……………………. “L’han giurato li ho visti in Pontida, convenuti dal monte e dal piano, l’han giurato si strinser la mano, cittadini di venti città. Oh spettacol di gioia i Lombardi! Son serrati concordi a una Lega !………… Son sicuro che taluno di voi, cari e stimati amici lettori, strabuzzerà gli occhi quasi da esorbitare leggendo questa ouverture del Giovanni Berchet (tutta studiata a memoria col Di Felice Prefetto nonché insegnante di Italiano al Rivaio!) e si chiederà alla Di Pietro maniera: “ma che c’azzecca la Lega Lombarda, l’Alberto da Giussano con i Pelinii ?” E beh !!! I Pelini ed altri circostanti popoli furono gli ideatori molti secoli prima della Lega ! La più che storicamente famosa fu LA LEGA ITALICA nata da queste parti. E da queste parti partimmo noi alla spicciolata da questa Valle dei Pelini come ARMATA BRANCALEONE verso il Rivaio tra il 1945 ed il1960 !!!

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Sergio Casi Ottima idea. Posso dirti che negl7 anni 46-48 c’ erano diversi pratolani dei quali però non ricordo i nomi. Mi domandavo allora il perché di tanti ragazzi di questa Pratola Peligna che non avevo mai sentita nominare. Mi farebbe piacere riuscire a taggare quei ragazzi della foto ufficiale 46-47 individuando qualche pratolano
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Emilio Pizzoferrato Cercherò di estrapolare alcuni di cui certamente ricordo dell’ARMATA Brancaleone da Pratola !
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Emilio Pizzoferrato
30 agosto alle ore 15.35 • Modificato
N.10 RIVAIO il 30.08.2014. STORIA DI QUELL’ARMATA PRATOLANA ANZI PELINA al RIVAIO TRA IL ’45-’60 … 2.A parte. “..

.Caro amico (Sergio Casi amico esimio livornese e co/ex del Rivaio, tu anno ’47 ed io anno ’57), ti/vi scrivo, così’ mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò…” a seguito della tua domanda, su come giunsero al Rivaio tanti Pratolani/Pratolane. Correva l’anno 1924 e mio papà EdmondoGiuseppe all’epoca viveva i suoi 19 anni e come teste oculare visse e poi mi racconto’ ciò che accadde in quel 1924 anno dell’arrivo dei Padri Maristi per “governare” il Santuario costruito tra il 1851-’54 e dedicato alla Madonna della Libera (Liberatrice dalla peste degli anni 1540 ca.) Prendile e prendetele con beneficio di inventario le notizie tramandatemi come in latino i verbi “tradunt, fertur, dicitur,” stanno a significare: tramandano…si riferisce, si dice… Ebbene prima di quel ’24 amministrava la Partocchia/Santuario un parroco che, ligio alla tradizione, si racconta abbia rifiutato un giorno di recarsi a domicilio del Gerarca e/o Podestà per battezzare la neonata bimba. Dopo “la marcia” (in treno) su’ Roma (1922) anche nel mio paese vigeva un regime. Il rifiuto del Parroco avrebbe scatenato rappresaglie a suo danno e fu costretto ad abbandonare il paese. Il Vescovo di Valva e Sulmona riuscì quindi a far giungere i Maristi a Pratola. I Maristi Comunità’, anche noi ex del Rivaio li abbiamo conosciuti e frequenti a Pratola in molteplici attività. Oratorio, catechismo, gruppo fanciulli (detti Paggetti), gite, banda parrocchiale ( frequentai la scuola di solfeggio per ben 6 mesi prima di essere ammesso alla banda dove io avrei dovuto “imbracciare” la tromba ma mio papà mi nego’ nel timore che mi malassi ai polmoni addirittura ! E la sua benigna concessione di permettermi di suonare il tamburo nella banda, fece scaturire la mia stizzita risposta di undicenne : ” il tamburello suonalo tu !” ed in banda non andai più ! ), associazioni, azione cattolica, Arciconfraternite, gruppo chierichetti (pur io facente parte), nutrita corale a 4/6 voci ( con un organo di 3.700 canne!) gruppo oratorio, cinema al coperto ed arena estiva, altalene, campetto di calcio, camping in montagna…ora ben comprendi caro Sergio quanta attrattiva metteva in atto una tale organizzazione Marista a Pratola !!! Ed io come tanti e tante (fatte di Suore Mariste ) prima e dopo di me furono “ammaliati/e” ed attratti/e nella frequentazione. Facilmente puoi desumere l’azione di convincimento operata dalla numerosa Comunità dei Padri Maristi (presenti allora almeno 6/7 Padri) nell’avviarci al Rivaio ! Ed eccoti un sostanzioso “esercito” maschile e femminile che ricordo e che transito’ a Castiglioni, chi per più e chi per meno tempo e provenienti non solo da Pratola ma da tutta quella Valle di quei storici Pelinii che nel 91 a.c. osarono, con altri Popoli, fondare la LEGA ITALICA e sfidare la potente Roma !!! : “TRANSITARONO AL RIVAIO” -Da PRATOLA: Fabrizi Fabrizio(?) Santacroce Ezio – Santilli Adamo (coadiutore sacrista) -Presutti Pasquale (4-5 lauree!!!) – DE Stephanis Erminio (poi missionario in Oceania)- Di Benedetto Giovanni-Pizzoferrato Guerino – Presutti Basilio-Pizzoferrato Emilio-Margiotta Nestore -Di Loreto Marcello-Spedicato Fausto-Liberatore Vittorio (?) Iacobucci Antonio- Galante Loreto-Polce Enrico-Renato (strano ma humus un est, di cui non ricordo il cognome!) — Da CORFINIO : Di Felice Giuseppe (mio Prefetto !)
– Da TORRE DEI PASSERI:Clementi Giuseppe. (Missionario in Oceania.). -Da PREZZA: Pasquale Mario – Spadorcia Antonio -2 cugini Sandonato-Gentile. – DA CAPISTRELLO: Vischetti Quintilio ed i due fratelli Bisegna – DA MANOPPELLO De MEIS Da PRATOLA: Suor Candida-Suor Assunta-Suor Pulcheria-Suor Nunziata-Suor Cristina, Suor Celestina (?). PS: mi si conceda il beneficio d’inventario nel ricordo di alcuni nomi che mi restano dubbi e che evidenzio col punto interrogativo (?). Ovvio, Caro Sergio che altri e diversi concittadini ho omesso per non conoscenza e magari transitati al Rivaio ancor prima del secondo conflitto mondiale, chiedo venia per l’incompletezza o la dimenticanza. A tutti i ricordati vada il mio, il nostro saluto, sia che calpestino le strade di questo mondo, sia che “danzino” sulle nubi del Cielo lassù in Alto!

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VIAGGIO NEL TEMPO di Sergio Casi

VIAGGIO NEL TEMPO

Campanina 1
Il 10 Settembre 2007, ho trovato il tempo di scattare qualche foto della “campanina”, la grande casa colonica dove all’età di 8 anni ero spesso ospite degli zii Pasquale e Angelo che allora vi abitavano ( era il 1943 e per tenermi lontano dai bombardamenti i miei preferivano mandarmi qui in vacanza per qualche settimana) .
In questa casa era vissuta nonna Lucia che, rimasta presto vedova del nonno Luigi, aveva per molti anni condotto il podere con i suoi figli sino a che alcuni di essi (gli zii Guido e Beppe e mio padre Sesto) “uscirono di casa” per farsi la propria famiglia.
In quelle occasioni trascorrevo la maggior parte del tempo con Alfredo, solo di qualche anno più grande di me. Degli altri cugini, Gino era già un uomo, Maria e Tonina erano signorine , Giuliana aveva un anno o poco più e Giuliano doveva ancora nascere.
I miei ricordi: Mi è rimasto impresso il grande portone centrale, spalancato su un vasto atrio nel quale si poteva entrare con un intero carro per meglio caricare e scaricare il necessario per il bestiame.
A sinistra l’ingresso alle stalle con diversi capi di “Chianina” , a destra il “segatoio” con il trinciaforaggi e poi la cantina e il granaio.
L’odore dei foraggi segati (varie erbe miste a biade diverse, rape bollite ecc:) invadeva l’ambiente dove entravano a razzolare, galline, oche o piccioni . In fondo la scala che portava al piano superiore con un cancello mobile di legno per impedire la salita agli animali da cortile.
In cima alle scale in un ripostiglio penzolava la corda della campana, da suonare solo in caso di brutto temporale (il suono disgrega la grandine) o di incendio (suono a martello per chiedere aiuto). Infine l’ingresso alla grande cucina rettangolare con l’ ampio focolare, ai lati le porte delle varie camere da letto.
Fuori ricordo una vasta aia sulla destra, una “buca” grande per l’acqua del bestiame ed una più piccola dove si faceva macerare la “canapa”, la porcilaia sul davanti e la “tabaccaia” sul retro Qui si appendevano all’esterno mazzi di pannocchie di mais e all’interno mazzi di foglie di tabacco ad asciugare.
Sull’aia ricordo una giornata di trebbiatura di grano e segale con un incarico davvero speciale per me: traboccare in terra, come per gioco, un pò di grano mescolandolo alla “pula”. Il prodotto sarebbe stato poi recuperato senza essere incluso nella produzione, allora soggetta ad essere conferita all’”ammasso”. Una grande quercia sovrastava la “buca” più grande.
Come è oggi:

campanina3

La ricostruzione effettuata qualche decina di anni fa ha rispettato pienamente l’esterno.
Vigne e frutteti circondano ancora la casa ma una recinzione la divide dai terreni vicini: non è più una “colonica” e appare priva di vita; le erbacce si fanno largo là dove un tempo correvano maiali, galline, colombe e oche. Sembra che i nuovi proprietari la stiano trascurando.
Una strana coincidenza
La casa è stata recintata in modo irregolare tanto che non è possibile fotografarla dal viale di accesso. Ho percorso a piedi qualche centinaio di metri tra un pescheto e un campo di zucche dove alcuni extra comunitari stavano lavorando. Ritornando verso l’auto ho incrociato il proprietario dei terreni che, dopo aver ascoltato i motivi della mia intrusione, ha esclamato: “…ma allora lei è un “Casi”? e conosce Casi Angelo con il quale è fidanzata mia figlia? “. Rimasto perplesso ho risposto che Casi Angelo era mio zio che appunto abitava in questa casa tanti anni fa. E così dopo altri chiarimenti abbiamo capito che il fidanzato di sua figlia altri non è che il nipote di mio zio Angelo, figlio di mio cugino Giuliano che nel ‘43 ancora doveva nascere! Ho saputo poi che quel signore da me incontrato è un discendente della famiglia Merelli che a quei tempi era proprietaria della “Campanina” e di altri poderi vicini.
In questa casa nonna Lucia soffrì molto per le vicende che colpirono la gioventù del figlio Angelo e appare commovente che oggi un altro Angelo trovi la sua felicità da queste parti! Auguri infiniti!
Oggi 10 febbraio 2015 ho ritrovato per caso nel mio computer questa pagina scritta nell’estate 2007; ho pensato che ad Alfredo, ai suoi figli e nipoti possa far piacere leggerla. Sulla “strana coincidenza” però non ho mai saputo il seguito e cioè se il fidanzamento di Angelo Casi Junior e la discendente dei Merelli abbia avuto un seguito….

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Cercando il senso della vita di Sergio Casi

 

 

 

 

 

3 Novembre 2006  Ricordi

 

E’ un giorno particolare questo sabato, 3  Novembre perché Silvia ha avuto l’idea di  fare una scappata in Valdichiana con me, Irma e le  sue figlie Giulia e Chiara (per il marito oggi è giorno lavorativo).

E’ Silvia che guida e pertanto il viaggio è per me un piacere potendo  discorrere con le due nipotine e osservare rilassato questa strada percorsa un’infinità di volte e che nei primi tempi era la strada del ritorno a casa.

I cimiteri di Tegoleto e di Alberoro che ci apprestiamo a visitare, non destano più tristezza   ma solo un turbinìo di ricordi: In quello di Tegoleto oltre ai genitori e parenti di Irma, ritrovo  diecine di conoscenti e amici per ognuno dei quali ho qualche ricordo da condividere. Ad Alberoro poi riposano tutti i  miei parenti

Per Giulia  ( solo 9 anni , ma che ha ben presente il significato della morte sperimentato qualche anno fa con la scomparsa del nonno Eude) è come un a presentazione: questi sono i tuoi bisnonni Francesco e Laura, Sesto ed Eleonora, i trisnonni Alfredo  e Lucia ed i prozii Davide e Rina, Bruno e Agostina, Maria  Palesina e Francesco, lo zio frate Valerio e altri parenti.

Di alcuni antenati non c’è più la tomba  ma in me è rimasto il ricordo sia di una piccola croce  della nonna materna Rosa  sia di una lapide in memoria della mia bisnonna Ceterini Cesira “madre esemplare di numerosa prole, 14 maschi e 6 femmine”, sposa del bisnonno Zoi Giovan Battista.

E oggi che i nostri paesi si stanno riempiendo di gente di ogni razza e colore  mi fa piacere rendere omaggio a questi antenati così generosi, grazie ai quali anche noi possiamo vivere le nostre esperienze. Ricordo che mia mamma aveva contato circa 90 cugini! Infatti, benché diversi di quei venti fossero morti da bambini, gli altri ebbero a loro volta numerosi figli, tanto che ora, noi discendenti non ci conosciamo più!

Accanto alla tomba del nonno Alfredo (da tutti  chiamato DEDO)  c’è quella di Oreste (uno dei 20) e della moglie di quest’ultimo, Antilia. I due fratelli nei primi decenni del 1900  facevano parte di un’unica grande famiglia che abitava  la casa di cui alla foto qui sotto. Alfredo, rimasto vedovo intorno ai 30 anni, aveva quattro figli mentre Oreste ne aveva otto. Mi è stato sempre raccontato che la zia Antilia  si era ben presto ritrovata a fare da mamma a ben 12 figli!

Sto raccontando a  Giulia queste cose quando un giovane alto e robusto con un bimbo in braccio mi domanda se anche noi siamo della famiglia Zoi.

Apprendo così che  è figlio di Franco Zoi, a sua volta figlio di Ottavio , figlio di Oreste e Antilia, suoi bisnonni. In definitiva quel   bimbo  che tiene in braccio  è il cugino di decimo grado di Giulia .

casa di Alberoro

Questa è la casa (ristrutturata) un tempo abitata dal  nonno Alfredo e dallo lo zio Oreste

            Non è possibile che tutte queste persone con le loro gioie e speranze,  i loro affetti siano scomparse nella nebbia del tempo. No, esse sono semplicemente tornate “alla casa del Padre”, da dove erano venute per allenare il loro spirito; e noi siamo ancora in questa palestra un po’ faticosa in attesa di riunirci a loro per raccontarci a vicenda tutti i particolari che qui non abbiamo avuto il tempo di dirci.

 

 

 

 

 

 

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Il Borghetto, Le fonti e la casa a torre

casa a torre b

Da alcuni mesi i miei ricordi si soffermano sul “Borghetto di Alberoro” dove ho vissuto quattro anni della mia infanzia (da 9 a 13 anni). E così sono capitato su una pagina di Wikipedia che qui ricopio per condividerla col il Gruppo “festa al Borghetto”

“Borghetto è una località all’interno della frazione di Alberoro Il luogo è conosciuto per l’importante celebrazione della Gratitudine alla Madonna.L’immagine, in terracotta, è custodita in una teca all’interno della Cappella del luogo. Essa è stata costruita nel 1945, dalla Popolazione e da Massimo Hertz di Frassineto. La Madonna è quella narrata dall’Apocalisse di San Giovanni, in precedenza questa terracotta si trovava in una Maestà, poco distante dall’attuale Cappella, che fu distrutta durante l’ultima guerra mondiale. La festa si svolge la seconda Domenica di Settembre e il Sabato che la precede si effettua in notturna la S.S.Messa con una processione che porta per il paese l’Effigie Miracolosa della Madonna. Durante il percorso vengono realizzate delle rappresentazioni Sacre con attori che rimangono immobili, per cui vengono definite “Quadri Biblici Viventi”.

Accanto alla Cappella c’è un’antica fontana da cui ancora oggi scorre l’acqua in modo abbondante. Essa ha dato il nome all’antica fattoria di Fonte a Ronco.Infatti Il primo impianto della suddetta fattoria si trovava proprio davanti alla Cappella, dietro la casa torre, costituita da un lungo complesso rettangolare che comprendeva la casa del fattore con i granai. Il nome Fonte a Ronco deriva dal fatto che tale Fonte si trovava e si trova nel punto dove la strada, la vecchia via Cassia, in quel punto faceva una curva a “ronco”.

La fonte faceva parte di un complesso di vasche in mattoni tra cui: la pescaia, i lavatoi e gli abbeveratoi per il bestiame. Scavando tra la Cappella e la Fonte si possono trovare i resti di tali vasche.

Ancora oggi questa zona dal punto di vista topografico si chiama “Le Fonti”

In seguito la villa e tutto il complesso della fattoria di Fonte a Ronco fu spostata ,ad opera dei Cavalieri di Santo Stefano, nel colle di Poggio Asciutto di proprietà della Chiesa di Alberoro. Essi così come gli ultimi proprietari dovevano pagare un censo alla Chiesa di Alberoro.

Davanti alla Cappella si può scorgere la casa torre, di origine medievale, costruita sul margine occidentale della vecchia Cassia. Essa era costituita da una stanza a piano terra, adibita a stalla, una stanza al primo piano, come cucina, e infine al secondo piano la camera da letto. Si accedeva da una stanza all’altra attraverso una scala in legno che veniva retratta da una botola via,via che ci si spostava ai piani superiori. Oggi vi sono addossate le costruzioni che nel tempo permettevano di ampliare l’abitazione per esigenze familiari.

La casa torre era dal punto di vista architettonico importata dalla città ,lo scopo era quello di dare riparo, anche in campagna, in modo sicuro, proteggendosi dalle scorribande. La stalla al piano terra aveva anche la funzione di riscaldare i piani superiori.

Le casine costruite lungo la strada del Bagnese vicino all’antica fattoria di Fonte a Ronco ospitavano gli artigiani e gli operai, che aiutavano, nelle varie mansioni,allo svolgimento delle attività quotidiane di fattoria.

Quel nucleo di case ha preso il nome di Borghetto.

A sud della Cappella scorre il Rio di Frangione, che in precedenza si chiamava Rio di Fonte a Ronco,all’incrocio di questo con l’antica via Cassia sorgeva un mulino da cui il termine “Frangione”.

È evidente come Il primo impianto della Fattoria di Fonte a Ronco, insieme alle sue fonti, il ” Borghetto” ed il mulino costituivano un nucleo civile molto importante nella Valdichiana , lungo l’antica Cassia a pochi km d’Arezzo.”

Ho trovato di particolare interesse, in quanto del tutto nuove per me,  le notizie  sulla casa a torre di epoca medioevale, intorno alla quale si sono poi addossati quei fabbricati dove abitavano le famiglie contadine dei miei amici Nello e Graziano. In quelle aie e nei campi vicini andavo spesso a giocare con loro anche perché mio padre coltivava due campetti  al “Mulinaccio”,  nei pressi del Rio al di là del quale c’è la “Ghiacciaia” della Fattoria!

Ed ecco due foto della “casa a torre” scaricate da Google Earth: i fabbricati, che appaiono ora in condizioni fatiscenti, rendono ancora più struggenti i miei ricordi: su una parete è ancora ben visibile lo spazio dove il regime fascista inneggiava ai suoi progressi nell’agricoltura” nerbo vitale della Nazione”.

Casa a torre

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